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Per un pelo Clive Owen non è diventato il nuovo 007 al posto del rude Daniel Craig. Ma si sta rifacendo. In “Duplicity” è uno spione del britannico MI6; in questo “The International” è un agente dell’Interpol alle prese con una banca coinvolta in un losco traffico di armi e soldi riciclati. Nella finzione si chiama Ibbc, nella realtà era la famigerata Bcci. La pubblicità recita: «Hanno i vostri soldi, decidono della vostra vita, controllano ogni cosa. Ma c’è un uomo su cui non hanno potere». Appunto Louis Salinger, più stazzonato e “umano” di Bond, ma altrettanto determinato. Alla maniera dei thriller anni Settanta, con una punta adrenalinica in stile “Jason Bourne”, il film del tedesco Tom Tykwer ricostruisce l’insidiosa indagine, zompando da una città all’altra: Berlino, Lione, Milano, New York, Istanbul… Il tono è da denuncia, con finale pessimista nonostante la mezza vittoria, e intanto abbiamo capito che l’interesse di certe banche consiste nel controllare, distribuendo armi leggere o sofisticate, il debito generato dai conflitti nei Paesi in via di sviluppo. Spalleggiato da una procuratrice distrettuale americana (Naomi Watts), Salinger insegue piste finanziarie e killer patentati, rassegnandosi infine a uscire dalle regole per fare giustizia. Spettacolare la sparatoria dentro il Guggenheim Museum ridotto a un colabrodo. Luca Barbareschi è un politico italiano, un po’ alla Berlusconi, che schiatta quasi subito. Br e carabinieri sono da macchietta: rassegniamoci, ci vedonocosì.

VOTO 6,5

THE INTERNATIONAL
Tom Tykwer

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Pierre Bonnard, model in back light

Pierre Bonnard, model in back light

Pierre Bonnard è nato troppo tardi per essere un Impressionista e troppo presto per essere un Cubista. Non essere sincronizzato con questi due movimenti della storia dell’arte è stata forse la sua più grande fortuna, gli ha consentito di non essere divorato da un “ismo” qualsiasi, finendo succube di Monet o ancor peggio di Picasso. Bonnard ha lavorato quindi in santa pace senza diventare un gigante, ma rimanendo in perfetto equilibrio con la storia e il suo tempo. Una sorta di Cartier Bresson della pittura capace di cogliere l’attimo sulla tela e farlo diventare un momento eternamente e quotidianamente universale. Nella sua pittura, in particolare quella tarda, non c’è nessuna leziosità, nessuna indulgenza all’inutile dettaglio, ma sempre la concentrazione sull’atmosfera e lo spirito dello spazio in armonia con le persone. Bonnard è un Gauguin di campagna, la sua Tahiti era Le Cannet sulla riviera francese. Il suo sguardo spesso è angolare, mai veramente centrale, come se stesse sbirciando la realtà che lo circonda. Un maestro del poco, da riscoprire in un epoca devastata dal troppo.

VOTO 10

PIERRE BONNARD
The late interiors
Metropolitan Museum – New York
fino al 19 Aprile 2009

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Che voto dareste a un libro fanatico, reazionario, oscurantista, apocalittico, da cui – vi piaccia o non vi piaccia – riuscite a capire molte cose? Un tre, per pulirci la coscienza, oppure un dieci, costretti ad ammettere che si tratta di un’allarmante, chiarissima testimonianza dei tempi che corrono? Optiamo per un compromesso: gli diamo un votaccio, ma siamo davanti al caso raro di un libro pessimo che invitiamo a leggere. Perché ignorare Padre Livio significa non avere chiaro qualcosa di grosso, di vero che sta succedendo in Italia. L’uomo che è stato capace di trasformare Radio Maria – prima minuscola emittente locale – in un network di culto, in qualsiasi senso, torna a parlare con questo “L’ora di Satana” (Piemme). Stringendo: le forze della massoneria e del pensiero liberale e gnostico, altrimenti dette il Diavolo, stanno sprofondando la Terra a un passo dalla fine dei Tempi. Per Grazia di Dio, la Vergine Maria ci ha donato, attraverso recenti apparizioni a veggenti, le armi del Sacro con cui contrastare la dissoluzione. E se l’Anticristo sta trionfando, presto, prestissimo, l’Apocalisse vi porrà rimedio. Profezie, complottismo e tradizione, scagliate contro i grandi mali quali il parlamentarismo, il libero pensiero, l’illuminismo, la modernità. È una corrente che la Chiesa ha conosciuto da vicino tra l’Ottocento e il Novecento. Oggi però i predicatori contano su qualche ripetitore in più.

VOTO 3

L’ORA DI SATANA
Padre Livio Fanzaga

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locandina

Walt Kowalski ringhia, letteralmente, indispettito da tutto: della nipote col piercing, dal prete cattolico, dal figlio che guida un Suv giapponese, dai vicini asiatici che sgozzano polli in giardino. È un dinosauro americano rabbioso e razzista, poco conta che abbia lavorato cinquant’anni alla Ford. Dalla sedia a dondolo osserva la bandiera a stelle e strisce che sventola sulle scale, fuma e trangugia ettolitri di birra, rimpiangendo il tepore della vecchia comunità. Racchiuso tra due funerali, “Gran Torino”, di e con Clint Eastwood, è un film a basso costo, personale e classico, minimalista e crepuscolare, girato per il piacere di recitare un’ultima volta. Così, a 78 anni, Clint si cuce addosso questo solitario e forastico operaio che aggiusta tutto ma non sa curare se stesso. Decorato in Corea, custodisce nel baule il fucile Garand e la Colt 45. Pronto a usarli, se serve, contro i vicini della comunità Hmong, che tratta da “musi gialli” coprendoli di insulti inverosimili, politicamente scorretti, quindi divertenti. L’incontro con due di quei adolescenti, l’irrisolto Thao e la più intraprendente Sue, lo costringe a fare i conti con se stesso, a smussare gli angoli di carattere, ad aprirsi a consuetudini diverse, addirittura a prendersi cura di loro, come un nonno protettivo, di fronte alle bravate di una gang asiatica. Dimenticare Callaghan nel finale. Non un capolavoro, ma gran bel film, dove si impone una lucida malinconia senile, specie nella cerimonia degli addii evocata con tocchi sommessi.

VOTO 8,5

GRAN TORINO
Clint Eastwood

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