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ICONE. Il Kubrick del tennis compie cinquant’anni. Nel ’77 Wimbledon presentò al mondo la matricola McEnroe. Colpi sublimi, Vietnam di recriminazioni e una folle rabbia epilettica. Il sacrificio del cristomimetico Bjorn Borg. Ma oggi, come Sofri, anche l’ex buzzurro metafisico John si è civilizzato.

Fa uno strano effetto celebrare i cinquant’anni di John McEnroe. Non perché la sua figura appartenga a un reame distante da quelli che bazzico d’abitudine; non solo lo spazio mentale che riservo al tennis è in tutti i sensi commisurabile a quello dedicato a letteratura e dintorni, ma penso sul serio che spetti a McEnroe un posto non minore fra i massimi genî del secondo Novecento. Un genio non è altro che un uomo il quale sposi il suo talento a una disciplina, rivoluzionandone dall’interno la tradizione. Genio è chi fonda un paragone per i tempi a venire. Geniale Kubrick, per esempio, non in quanto egli sia stato superiore a Resnais, Antonioni o Tarkovskij: ma perché ogni suo film ha rivoluzionato un genere di narrazione per immagini, spostando i termini di quanto sia lecito attendersene.

In merito al genio di McEnroe sono confortato dall’opinione di Gilles Deleuze, il quale una volta si esercitò nell’ekphrasis di un suo tipico gesto: «una specie di aristocratico metà egiziano metà russo… ha inventato un colpo che consiste nel deporre la palla, una cosa curiosa, non la colpisce nemmeno, la depone». Ecco, al di là degli aspetti squisitamente tecnici (il servizio a catapulta, tutto in torsione; la risposta in chip and charge; il metodico, ma ogni volta diverso, serve and volley), è in questa gestualità rituale che consiste il suo genio. Delicato ma micidiale, virtuosistico mainfallibile. Genio non è sregolatezza: al contrario è fondare nuove regole.

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Sergei Sviatchenko, Saatchi Gallery

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