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locandina

Walt Kowalski ringhia, letteralmente, indispettito da tutto: della nipote col piercing, dal prete cattolico, dal figlio che guida un Suv giapponese, dai vicini asiatici che sgozzano polli in giardino. È un dinosauro americano rabbioso e razzista, poco conta che abbia lavorato cinquant’anni alla Ford. Dalla sedia a dondolo osserva la bandiera a stelle e strisce che sventola sulle scale, fuma e trangugia ettolitri di birra, rimpiangendo il tepore della vecchia comunità. Racchiuso tra due funerali, “Gran Torino”, di e con Clint Eastwood, è un film a basso costo, personale e classico, minimalista e crepuscolare, girato per il piacere di recitare un’ultima volta. Così, a 78 anni, Clint si cuce addosso questo solitario e forastico operaio che aggiusta tutto ma non sa curare se stesso. Decorato in Corea, custodisce nel baule il fucile Garand e la Colt 45. Pronto a usarli, se serve, contro i vicini della comunità Hmong, che tratta da “musi gialli” coprendoli di insulti inverosimili, politicamente scorretti, quindi divertenti. L’incontro con due di quei adolescenti, l’irrisolto Thao e la più intraprendente Sue, lo costringe a fare i conti con se stesso, a smussare gli angoli di carattere, ad aprirsi a consuetudini diverse, addirittura a prendersi cura di loro, come un nonno protettivo, di fronte alle bravate di una gang asiatica. Dimenticare Callaghan nel finale. Non un capolavoro, ma gran bel film, dove si impone una lucida malinconia senile, specie nella cerimonia degli addii evocata con tocchi sommessi.

VOTO 8,5

GRAN TORINO
Clint Eastwood

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OBITUARY. La signora della fiction italiana scompare a 65 anni. Dagli inizi al cinema sino al “Maresciallo” di Gigi Proietti con ascolti superiori a Sanremo. Col costante pallino dell’innovazione, lanciò Ferilli e Placido. La sua classe intellettual-borghese? «Noiosa, meglio la gente in metro»

Non ci piove: quasi tutta la nostra fiction, troppo spesso bonaria e lessa, scompare nel confronto con i telefilm americani, ben più sperimentali, innovativi, appassionanti, sul fronte dello stile e della scrittura. Ris, per dirne una, non è che una pallida imitazione di Csi, e per cortesia non si parli solo di budget. Tuttavia la morte di Laura Toscano, genovese, 65 anni, giornalista, romanziera, sceneggiatrice per il cinema e soprattutto per la tv, lascia un vuoto forse incolmabile. Nel momento di massimo successo, quando Il maresciallo Rocca totalizzava 16 milioni di spettatori, più del festival di Sanremo, l’avevano ribattezzata “la signora incontrastata della fiction”.

La definizione non le piaceva. Provenendo dal cinema, che fosse il brillante Aragosta a colazione o il più rabbioso Pizza Connection, continuava a spiegare: «Scrivo film per la televisione». Ultimamente lavorava meno, per via della malattia, ma anche del clima che sentiva attorno a sé. «Mi sembra che tutto vada alla rovescia, bisognerebbe avere coraggio di cambiare, solo osando, dando una spallata, a costo di rinunciare ad alti ascolti, saremo in grado di realizzare prodotti innovativi», s’era lamentata in un’intervista. Probabilmente l’amarezza professionale si saldava a una riflessione, anche estetica, sullo stato della nostra fiction, ma nel frattempo lei aveva contribuito a lanciare interpreti come Sabrina Ferilli, Franco Castellano, Veronica Pivetti, Violante Placido.

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