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Lacerante come un colpo d’artiglio di una belva ferita è l’ultimo libro di Corrado Stajano, La città degli untori (Garzanti, euro 16,60) dedicato, come molte altre sue fatiche, alla città di Milano anche se, com’è ovvio, le vicende locali tendono a espandersi, a contagiare attraverso l’umus malsano di cui si nutre anche l’intera nazione che al capoluogo lombardo fa riferimento. Diviso in sei capitoli – i primi quattro dedicati all’omicidio del giudice Galli, alla strage di piazza Fontana, al processo agli untori e alla Resistenza milanese, in un ordine dettato forse dal caso, forse da una precisa strategia che accosta i casi fondanti la nostra Repubblica, nata dalla Resistenza, ai due ultimi capitoli legati a vicende più vicine a noi: lo smantellamento delle fabbriche e del tessuto sociale che a esse faceva riferimento (e che era anche tessuto connettivo della metropoli) e gli sbuffi di cipria, le superficiali pennellate di belletto che le ultime amministrazioni comunali hanno regalato alla città, come se la cosmesi d’infima qualità dietro cui nasconde magagne e rughe possa infine giovarle.

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Anniversario. Usciva cento anni fa un classico moderno dimenticato.

DAVIDE SAPIENZA. Ritorna il romanzo simbolo di un autore snobbato in Italia da Vittorini e bollato negli Usa perché di sinistra. Storia di un marinaio che raggiunge il successo come scrittore ma scopre il fallimento come individuo. Ne parliamo con il curatore.

Sono passati cento anni dalla pubblicazione di Martin Eden, il grande classico della letteratura americana scritto da Jack London, per lungo tempo conosciuto solo come l’autore di Zanna bianca e Il richiamo della foresta, ignorando anche la sua produzione di saggistica (fanta)politica, di reporter, di giornalista (come nella grande tradizione americana dei Twain, Melville, Bierce, cresciuta scrivendo articoli sui quotidiani). Redatto tra l’estate del 1907 e il febbraio del 1908 mentre lo scrittore di San Francisco navigava per i mari tropicali a bordo dello Snark, Martin Eden, l’eponimo protagonista del più autobiografico romanzo di London (insieme a John Barleycorn) venne pubblicato nel 1909, prima in rivista, poi in volume. Torino dedica una tre giorni alla riedizione del testo, in libreria ad aprile per Mondadori, ma anche per riscoprire un personaggio irrequieto, dai mille interessi, che conobbe il successo – solo i diritti d’autore gli fruttavano 75mila dollari l’anno – e il fallimento.

Nel corso della sua turbolenta giovinezza, London fu pirata, «hobo vagabondo, cacciatore di foche e cercatore d’oro», poi divenne marinaio, reporter di guerra, agricoltore e rivoluzionario, utopista socialista e anarchico. In vita tra il 1899 e il 1916 pubblicò circa 1000 racconti, saggi, reportage e 50 libri; viaggiò fino a scoprire il surf alle Hawaii; scrisse persino di boxe; creò un’azienda agricola biologica con 50 dipendenti e fu politicamente impegnato con il partito socialista. Il lavoro della riedizione è stato lungo due anni, «a stretto contatto con docenti in America dove un certo ostracismo verso London dura ancora» come racconta Davide Sapienza, curatore del libro, che prevede un imponente apparato critico di note, e uno degli organizzatori della rassegna.

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«La televisione non è il posto giusto per argomentare bene, sono contento di poterlo fare qui» inizia con un autogol lo scontro Baricco-Scalfari andato in scena ieri non a caso, all’interno di «un teatro privato che più privato non si può», il Teatro Eliseo di Roma diretto dal giustamente orgoglioso Monaci che coordina l’incontro. Il tema è infatti lo stesso sollevato dagli articoli dello scrittore apparsi su Repubblica e supportati da chi quel giornale ha fondato più di vent’anni fa: i finanziamenti pubblici alla cultura, finanziamenti che Baricco preferirebbe fossero indirizzati alla scuola e alla televisione a sua detta vera formatrice di pubblico, la stessa dove però non si può argomentare di temi come questi «perché il tempo è poco». Articoli che hanno sollevato una vera insurrezione nel mondo della cultura e, in particolare del teatro, reo secondo l’autore di Seta di essere dominato da un «sistema bulgaro» che determina «una temperatura culturale bassa».

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ONE MAN BAND. Gesto di «assenteismo calibrato» alla Quadriennale di Roma. Il «duciampino padovano» in visita nello studio-fabbrica del «monaco» dell’arte contemporanea. Il Futurismo? un «bengala sparato nel cielo della storia». La paura? Diventare «macchiette come Benigni».

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Maurizio Cattelan a Tokyo da Francesco Bonami

Tokyo. Mentre stiamo scrivendo Maurizio Cattelan dovrebbe essere a Roma per ricevere il premio alla carriera assegnatogli dalla 15ma Quadriennale di Roma da una giuria prestigiosa composta da Suzanne Paget direttrice della Fondazione Arnault di Parigi, Vicente Todoli direttore della Tate Modern di Londra e Gerard Matt direttore della Kunsthalle di Vienna. Ma anche questa volta l’artista italiano più famoso e birichino del mondo non deluderà i suoi appassionati, le sue giovani fans e chi lo vuole sempre sulle cronache dei giornali ora rosa ora nere ora dorate. Infatti il sottoscritto può testimoniare di avere fatto colazione con lui nientepopodimeno che a Tokyo dove Cattelan è in vista di una sua futura mostra in un grande museo della città nel 2011 e per una serie di conferenze nel sud del paese. Non solo ieri (vedi foto) è stato lo stesso artista a consegnare il suo premio ad una coppia di giovani giapponesi, un fungo gonfiabile trafugato o preso in prestito dipende dai punti di vista da un negozio di telefoni cellulari del quartiere di Shibuya.

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Una voce per Giulietta Masina. La «butta» la Treccani con il suo monumentale Dizionario Biografico degli Italiani. Già, la Masina. Personaggio la cui notorietà sembra presa in prestito, subito blindata dal doppio legame con Federico Fellini. Che infatti immaginando sua moglie in scena la nascose dentro una figurina esile, da fumetto, quale doveva apparirgli fin da subito: era piccola, delicata, onirica, per niente sexy. Però sapeva anche avere una fisionomia presente, determinata, attenta. E così spesso Fellini la restituì al pubblico: dignitosa, a testa alta, ostinata. Ma non bastava per imporsi nell’immaginario dell’epoca, che necessitava del trampolino di un fisico maggiorato. Così mantenne sempre lo status di «creatura», affettuosa e ironica. Unica ribellione uno spirito polemico, non remissivo, nel sostenere i personaggi: graziosa sì, ma a dir poco vivace. Per Fellini aveva cambiato anche il nome, assecondando la mania del regista per i diminutivi. Forse non è un azzardo sostenere che la Masina sia stata la creatura meno amata del circo onirico di Fellini, perché se si avvertiva in lei il rigore al di là del capriccio del marito, la sua figurina in apparenza non lo faceva intuire.

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OBITUARY. La signora della fiction italiana scompare a 65 anni. Dagli inizi al cinema sino al “Maresciallo” di Gigi Proietti con ascolti superiori a Sanremo. Col costante pallino dell’innovazione, lanciò Ferilli e Placido. La sua classe intellettual-borghese? «Noiosa, meglio la gente in metro»

Non ci piove: quasi tutta la nostra fiction, troppo spesso bonaria e lessa, scompare nel confronto con i telefilm americani, ben più sperimentali, innovativi, appassionanti, sul fronte dello stile e della scrittura. Ris, per dirne una, non è che una pallida imitazione di Csi, e per cortesia non si parli solo di budget. Tuttavia la morte di Laura Toscano, genovese, 65 anni, giornalista, romanziera, sceneggiatrice per il cinema e soprattutto per la tv, lascia un vuoto forse incolmabile. Nel momento di massimo successo, quando Il maresciallo Rocca totalizzava 16 milioni di spettatori, più del festival di Sanremo, l’avevano ribattezzata “la signora incontrastata della fiction”.

La definizione non le piaceva. Provenendo dal cinema, che fosse il brillante Aragosta a colazione o il più rabbioso Pizza Connection, continuava a spiegare: «Scrivo film per la televisione». Ultimamente lavorava meno, per via della malattia, ma anche del clima che sentiva attorno a sé. «Mi sembra che tutto vada alla rovescia, bisognerebbe avere coraggio di cambiare, solo osando, dando una spallata, a costo di rinunciare ad alti ascolti, saremo in grado di realizzare prodotti innovativi», s’era lamentata in un’intervista. Probabilmente l’amarezza professionale si saldava a una riflessione, anche estetica, sullo stato della nostra fiction, ma nel frattempo lei aveva contribuito a lanciare interpreti come Sabrina Ferilli, Franco Castellano, Veronica Pivetti, Violante Placido.

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Ricordo. Oltre gli hard boiled, tradusse Miller e “Ultima fermata, Brooklyn”. Giramondo in fuga da Napoli, erede di Scerbanenco, esordì a 50 anni con «il più bel giallo italiano» parola di del Buono. Morì dieci anni fa. Per Carlotto «un maestro».

Di certo fu il primo e insuperato allievo della Scuola dei Duri. Non i guappi della sua Napoli, dove nacque e da cui fuggì presto (salvo poi eleggerla a set delle sue storie più belle). No, i Duri americani, quelli di cui fu traduttore. Gli autori dell’hard boiled: Dashiell Hammett e Raymond Chandler. Piombo e sangue e Il grande sonno. Era Attilio Veraldi, un vero innovatore nella nostra letteratura, che meriterebbe un’attenzione e un ricordo più partecipi, ora che sono passati dieci anni dalla sua scomparsa (5 marzo 1999) avvenuta tra i grattacieli e le roulette di Montecarlo dove aveva scelto di vivere e nel cui mare volle che le sue ceneri fossero disperse.

In una produzione letteraria intimista, liricheggiante, ripiegata sul cerebrale, qual era quella italiana degli anni 70, Veraldi introdusse – costruendo anche sull’eredità di Giorgio Scerbanenco – una prosa tutta azione al servizio di storie criminali affollate di grandi furfanti e piccoli faccendieri, di camorristi e liberi professionisti della zona grigia, di ricchi sfondati e avvocaticchi in canna, famiglie incancrenite e individui ambiziosi, tutti alla ricerca della colpo della vita, della stangata. Gente di piccola moralità, inserita in un racconto che è un sapido ritratto della società italiana e delle sue eterne malattie. Il successo fu immediato già col primo romanzo di Veraldi, esordiente a cinquant’anni suonati con La mazzetta (1976): «il più bel giallo italiano che abbia mai letto», fu la benedizione di Oreste Del Buono dopo che ne lesse il dattiloscritto.

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«Stanley non era affatto un recluso». L’orgoglio e i ricordi di mrs. Kubrick

Intervista. Christine, moglie del regista, racconta il suo rapporto con il marito. Il set di “Orizzonti di gloria”, le lodi di Scorsese e Spielberg, i ricordi degli amici Nicholson e Sellers.

Lei appare nella scena finale di “Orizzonti di gloria”, cosa ricorda della lavorazione di quel film?

Stanley stava girando il film seguendo la sequenza cronologica, perciò ci stava lavorando da otto settimane, ed avevamo già deciso di sposarci, vivevamo insieme, con la mia figlia più grande, avevamo parlato della scena, fatto le prove. Girare è stato facile, Stanley era un regista molto più gentile rispetto agli altri con cui avevo lavorato, prendeva sempre gli attori da una parte e gli parlava con tranquillità.

Dieci anni dopo la sua morte, pensa che il cinema di oggi ne senta la mancanza?

Spero di sì, viene spesso ricordato e molti confessano quanto siano stati influenzati da lui. Naturalmente mi fa piacere sentire questi commenti.

In più di 40 anni passati insieme, come è cambiato Stanley Kubrick come uomo, marito e regista?

Non credo fosse cambiato molto. Ovviamente come tutti del resto, anche lui era cambiato, ma la cosa notevole, è che aveva mantenuto il suo entusiasmo ed il suo amore per i film e per il lavoro che faceva, era sempre alla ricerca della storia giusta, perciò era sempre lo stesso.

Nel documentario “Stanley Kubrick: A Life in Pictures”, lei dice: “Mi sorride da 42 anni”, cosa avevate in comune e quali erano invece le differenze?

Posso rispondere a questa domanda in un secondo oppure in un milione di ore. Eravamo entrambi interessati al cinema, io vengo da una famiglia legata al teatro, ho sempre voluto essere una pittrice, parlavamo sempre di film, perciò credo che avevamo molto in comune, e a parte questo, sono stata fortunata ad aver sposato una persona così intensa, così allegra e così interessante.

Quando e perché avete scelto di vivere lontano dal glamour? Rimpianti per la decisione?

No, la gente ha sempre descritto Stanley come un recluso, ma non lo era affatto, avevamo molti amici, e, specialmente quando i nostri figli erano piccoli, facevamo tante feste, e faceva sempre in modo di tornare per il fine settimana per stare insieme a cena, non eravamo né soli né reclusi, ci siamo divertiti anche se non andavamo spesso a cena fuori.

Qual è il suo film preferito di Stanley Kubrick?

Ho un debole per “Barry Lindon”, ovviamente mi piace “2001: Odissea nello spazio”, mi piacciono tutti, perché sono molto diversi l’uno dall’altro, non si possono paragonare tra loro.

Che tipo di film e quali registi piacevano di più a Kubrick?

Gli piacevano molti registi italiani, Bergman, alcuni spagnoli. Guardava molti film, anche quelli stupidi. Quelli di guerra non li considerava dei bei film ma voleva vedere i combattimenti aerei, e poi guardava molto sport.

Andava spesso a trovare suo marito sul set?

All’inizio ci andavo, ma mi sembrava che potevo distrarlo. Quando c’erano le scene di massa, lui voleva che le vedessi, allora ero presente. Poi ho cambiato idea, per infastidirlo.

Pensa che suo marito fosse pessimista riguardo al futuro della condizione umana?

Penso che come la maggior parte della gente, avesse abbastanza paura per il futuro di noi tutti, in questo senso era molto pessimista. A livello personale era un ottimista, credeva che tutto sarebbe andato bene, era molto positivo, mentre a livello artistico, credeva che potessero accadere le situazioni più terribili.

Peter Sellers, Jack Nicholson, Tom Cruise, e George C. Scott: chi le è piaciuto di più, come persona e come attore?

Molti, visti i tempi lunghi di lavorazione, sono sempre diventati un po’ amici, venivano anche a cena a casa nostra. Nicholson era divertente, come Sellers.

Possiamo definire Stanley Kubrick uno dei più importanti artisti del 20° secolo?

Mi piace pensare che lui sia stato uno dei registi importanti. Per registi come Spielberg e Scorsese, è stato un grande esempio. Sono sempre orgogliosa quando dicono questo. Ha realizzato tante cose innovative, era molto indipendente.

Per gentile concessione di Coming Soon Television, traduzione di Katia Gizzi. L’intervista completa va in onda su Coming Soon Television, free via satellite, digitale terrestre, Sky ch 180.

A Trabant car is driven in front of the former East German Palace of Republic in Berlin

Domani su Ombra del Riformista

Il cronista italiano che fece cadere il Muro di Berlino (di Tonia Mastrobuoni)

Conseratori “rossi” , involuzione a destra (di Alberto Mingardi)

La scomoda morte in Iraq di un soldato-manager (di Anna Mazzone)

Bagaglino Story, Anarchici ma di destra (di Valerio Mattioli)

Un seduttore androgino di nome Silvio (di Andrea Cortellessa)

Fulvia La Riformata di Fulvio Abbate

La Zona Cieca di Chiara Gamberale

Le strisce di Stefano Disegni

Dream of life. Al cinema e in dvd il documentario di Steve Sebring sulla «mamma rocker dai capelli grigi», girato tra il 1995 e il 2007. Una storia oramai «privata», tra lutti familiari e l’addio a Ginsberg e Mapplethorpe.

«Lavoravo in una libreria, disegnavo, posavo per Robert Mapplethorpe, scarabocchiavo tra i miei taccuini. Vagavo tra le macerie degli anni 60. Tanta gioia mischiata a malcontento, tante voci levate e represse, il retaggio della mia generazione pareva in pericolo. Sono riuscita a esprimermi attraverso la sgraziata forma del rock. Forse non sono stata niente altro che una pedina incongrua, ma sono comuque grata per le mosse che ho fatto». Patti Smith ritorna a far parlare di sé con documentario sugli ultimi anni di carriera, Dream of life girato dal fotografo di moda Steve Sebring che la segue dal 1995. Presentato l’anno scorso alla Berlinale e al Sundance Festival, è uscito ieri nelle sale italiane ed è disponibile in libreria in dvd per Feltrinelli.

Ma è davvero una carriera quella di Patti Smith? O è da molto tempo, dal suo ritiro dalle scene nel lontano (per davvero) 1979 dopo un trionfale tour italiano (che consolidò il credito eccezionale presso il pubblico), solo un modo di vivere, il più naturale, il suo? L’immagine che scorre sullo schermo, è quella di una donna esile e ossuta dai capelli lunghi e grigi, un volto sempre spigoloso, una magrezza severa, vestita casual, mamma di due ragazzi. I materiali video e audio sono stati raccolti nell’arco di 12 anni: concerti, reading, interni familiari, vita comune. Ma l’impressione è che sia un film girato tutto d’un fiato e quindi specchio di una vita senza pose, su una icona in disarmo ma non da se stessa, che non viene investita di nuove urgenze (anche se da Katrina a Guantanamo la sua denuncia è sempre rabbiosa) e che dopo un silenzio durato 16 anni, non ha più prodotto dischi all’altezza. Nonostante il declino, il film è una dimostrazione di affetto verso una stagione di “intoccabili” personalità, sospese nel ricordo incantato dei fan.

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