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Lacerante come un colpo d’artiglio di una belva ferita è l’ultimo libro di Corrado Stajano, La città degli untori (Garzanti, euro 16,60) dedicato, come molte altre sue fatiche, alla città di Milano anche se, com’è ovvio, le vicende locali tendono a espandersi, a contagiare attraverso l’umus malsano di cui si nutre anche l’intera nazione che al capoluogo lombardo fa riferimento. Diviso in sei capitoli – i primi quattro dedicati all’omicidio del giudice Galli, alla strage di piazza Fontana, al processo agli untori e alla Resistenza milanese, in un ordine dettato forse dal caso, forse da una precisa strategia che accosta i casi fondanti la nostra Repubblica, nata dalla Resistenza, ai due ultimi capitoli legati a vicende più vicine a noi: lo smantellamento delle fabbriche e del tessuto sociale che a esse faceva riferimento (e che era anche tessuto connettivo della metropoli) e gli sbuffi di cipria, le superficiali pennellate di belletto che le ultime amministrazioni comunali hanno regalato alla città, come se la cosmesi d’infima qualità dietro cui nasconde magagne e rughe possa infine giovarle.

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Walt Kowalski ringhia, letteralmente, indispettito da tutto: della nipote col piercing, dal prete cattolico, dal figlio che guida un Suv giapponese, dai vicini asiatici che sgozzano polli in giardino. È un dinosauro americano rabbioso e razzista, poco conta che abbia lavorato cinquant’anni alla Ford. Dalla sedia a dondolo osserva la bandiera a stelle e strisce che sventola sulle scale, fuma e trangugia ettolitri di birra, rimpiangendo il tepore della vecchia comunità. Racchiuso tra due funerali, “Gran Torino”, di e con Clint Eastwood, è un film a basso costo, personale e classico, minimalista e crepuscolare, girato per il piacere di recitare un’ultima volta. Così, a 78 anni, Clint si cuce addosso questo solitario e forastico operaio che aggiusta tutto ma non sa curare se stesso. Decorato in Corea, custodisce nel baule il fucile Garand e la Colt 45. Pronto a usarli, se serve, contro i vicini della comunità Hmong, che tratta da “musi gialli” coprendoli di insulti inverosimili, politicamente scorretti, quindi divertenti. L’incontro con due di quei adolescenti, l’irrisolto Thao e la più intraprendente Sue, lo costringe a fare i conti con se stesso, a smussare gli angoli di carattere, ad aprirsi a consuetudini diverse, addirittura a prendersi cura di loro, come un nonno protettivo, di fronte alle bravate di una gang asiatica. Dimenticare Callaghan nel finale. Non un capolavoro, ma gran bel film, dove si impone una lucida malinconia senile, specie nella cerimonia degli addii evocata con tocchi sommessi.

VOTO 8,5

GRAN TORINO
Clint Eastwood

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