Poolside gossip, Slim Aarons, 1970 

Meno di 60 giorni di vita, 55 articoli postati, 5,847 visite. Accadeva nel  2009. Precisamente fino al 9 aprile quando venne chiuso il blog delle culture del Riformista a cui lavoravo nei ritagli di tempo. Rientro per caso dopo tre anni e trovo che le visite sono quintuplicate. Gli articoli del blog continuano a viaggiare in rete. Altrove invece continua l’avventura dell’ex redattore: http://contentistheking.wordpress.com/

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Fenomenologia di Paolo Mieli, figlio di Renato (di Andrea Romano)

Duran, il Robin Banker che ha fregato i banchieri (di Rossana Miranda)

L’altra classe borghesia van cercando (di Marco Ferrante)

Risorge la Tbc e il virus Hiv ne approfitta (di Anna Meldolesi)

Breve storia di un italiano dal 77 a Facebook (di Francesco Bonami)

e le rubriche

Fulvia La Riformata di Fulvio Abbate

La Zona Cieca di Chiara Gamberale

Le strisce di Stefano Disegni

Lacerante come un colpo d’artiglio di una belva ferita è l’ultimo libro di Corrado Stajano, La città degli untori (Garzanti, euro 16,60) dedicato, come molte altre sue fatiche, alla città di Milano anche se, com’è ovvio, le vicende locali tendono a espandersi, a contagiare attraverso l’umus malsano di cui si nutre anche l’intera nazione che al capoluogo lombardo fa riferimento. Diviso in sei capitoli – i primi quattro dedicati all’omicidio del giudice Galli, alla strage di piazza Fontana, al processo agli untori e alla Resistenza milanese, in un ordine dettato forse dal caso, forse da una precisa strategia che accosta i casi fondanti la nostra Repubblica, nata dalla Resistenza, ai due ultimi capitoli legati a vicende più vicine a noi: lo smantellamento delle fabbriche e del tessuto sociale che a esse faceva riferimento (e che era anche tessuto connettivo della metropoli) e gli sbuffi di cipria, le superficiali pennellate di belletto che le ultime amministrazioni comunali hanno regalato alla città, come se la cosmesi d’infima qualità dietro cui nasconde magagne e rughe possa infine giovarle.

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copy by Annamaria testa

copy by Annamaria testa

Domani su Ombra, la domenica del Riformista

Una questione di Testa (Annamaria) di Tonia Mastrobuoni

Raffaele Fiengo, 40 anni di lotta e di Corriere di Alberto Alfredo Tristano

Al gaio intelletto piace “Amici” e le defilippiche di Luca mastrantonio

Parwin Mushthal, la sventura di essere donna in Afghanistan di Emanuele Giordana

Le memorie di Lanzmann, Dall’olocausto alla de Beauvoir di Guido Vitiello

e le rubriche

Fulvia La Riformata di Fulvio Abbate

La Zona Cieca di Chiara Gamberale

Le strisce di Stefano Disegni

Anniversario. Usciva cento anni fa un classico moderno dimenticato.

DAVIDE SAPIENZA. Ritorna il romanzo simbolo di un autore snobbato in Italia da Vittorini e bollato negli Usa perché di sinistra. Storia di un marinaio che raggiunge il successo come scrittore ma scopre il fallimento come individuo. Ne parliamo con il curatore.

Sono passati cento anni dalla pubblicazione di Martin Eden, il grande classico della letteratura americana scritto da Jack London, per lungo tempo conosciuto solo come l’autore di Zanna bianca e Il richiamo della foresta, ignorando anche la sua produzione di saggistica (fanta)politica, di reporter, di giornalista (come nella grande tradizione americana dei Twain, Melville, Bierce, cresciuta scrivendo articoli sui quotidiani). Redatto tra l’estate del 1907 e il febbraio del 1908 mentre lo scrittore di San Francisco navigava per i mari tropicali a bordo dello Snark, Martin Eden, l’eponimo protagonista del più autobiografico romanzo di London (insieme a John Barleycorn) venne pubblicato nel 1909, prima in rivista, poi in volume. Torino dedica una tre giorni alla riedizione del testo, in libreria ad aprile per Mondadori, ma anche per riscoprire un personaggio irrequieto, dai mille interessi, che conobbe il successo – solo i diritti d’autore gli fruttavano 75mila dollari l’anno – e il fallimento.

Nel corso della sua turbolenta giovinezza, London fu pirata, «hobo vagabondo, cacciatore di foche e cercatore d’oro», poi divenne marinaio, reporter di guerra, agricoltore e rivoluzionario, utopista socialista e anarchico. In vita tra il 1899 e il 1916 pubblicò circa 1000 racconti, saggi, reportage e 50 libri; viaggiò fino a scoprire il surf alle Hawaii; scrisse persino di boxe; creò un’azienda agricola biologica con 50 dipendenti e fu politicamente impegnato con il partito socialista. Il lavoro della riedizione è stato lungo due anni, «a stretto contatto con docenti in America dove un certo ostracismo verso London dura ancora» come racconta Davide Sapienza, curatore del libro, che prevede un imponente apparato critico di note, e uno degli organizzatori della rassegna.

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«La televisione non è il posto giusto per argomentare bene, sono contento di poterlo fare qui» inizia con un autogol lo scontro Baricco-Scalfari andato in scena ieri non a caso, all’interno di «un teatro privato che più privato non si può», il Teatro Eliseo di Roma diretto dal giustamente orgoglioso Monaci che coordina l’incontro. Il tema è infatti lo stesso sollevato dagli articoli dello scrittore apparsi su Repubblica e supportati da chi quel giornale ha fondato più di vent’anni fa: i finanziamenti pubblici alla cultura, finanziamenti che Baricco preferirebbe fossero indirizzati alla scuola e alla televisione a sua detta vera formatrice di pubblico, la stessa dove però non si può argomentare di temi come questi «perché il tempo è poco». Articoli che hanno sollevato una vera insurrezione nel mondo della cultura e, in particolare del teatro, reo secondo l’autore di Seta di essere dominato da un «sistema bulgaro» che determina «una temperatura culturale bassa».

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Per un pelo Clive Owen non è diventato il nuovo 007 al posto del rude Daniel Craig. Ma si sta rifacendo. In “Duplicity” è uno spione del britannico MI6; in questo “The International” è un agente dell’Interpol alle prese con una banca coinvolta in un losco traffico di armi e soldi riciclati. Nella finzione si chiama Ibbc, nella realtà era la famigerata Bcci. La pubblicità recita: «Hanno i vostri soldi, decidono della vostra vita, controllano ogni cosa. Ma c’è un uomo su cui non hanno potere». Appunto Louis Salinger, più stazzonato e “umano” di Bond, ma altrettanto determinato. Alla maniera dei thriller anni Settanta, con una punta adrenalinica in stile “Jason Bourne”, il film del tedesco Tom Tykwer ricostruisce l’insidiosa indagine, zompando da una città all’altra: Berlino, Lione, Milano, New York, Istanbul… Il tono è da denuncia, con finale pessimista nonostante la mezza vittoria, e intanto abbiamo capito che l’interesse di certe banche consiste nel controllare, distribuendo armi leggere o sofisticate, il debito generato dai conflitti nei Paesi in via di sviluppo. Spalleggiato da una procuratrice distrettuale americana (Naomi Watts), Salinger insegue piste finanziarie e killer patentati, rassegnandosi infine a uscire dalle regole per fare giustizia. Spettacolare la sparatoria dentro il Guggenheim Museum ridotto a un colabrodo. Luca Barbareschi è un politico italiano, un po’ alla Berlusconi, che schiatta quasi subito. Br e carabinieri sono da macchietta: rassegniamoci, ci vedonocosì.

VOTO 6,5

THE INTERNATIONAL
Tom Tykwer

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Pierre Bonnard, model in back light

Pierre Bonnard, model in back light

Pierre Bonnard è nato troppo tardi per essere un Impressionista e troppo presto per essere un Cubista. Non essere sincronizzato con questi due movimenti della storia dell’arte è stata forse la sua più grande fortuna, gli ha consentito di non essere divorato da un “ismo” qualsiasi, finendo succube di Monet o ancor peggio di Picasso. Bonnard ha lavorato quindi in santa pace senza diventare un gigante, ma rimanendo in perfetto equilibrio con la storia e il suo tempo. Una sorta di Cartier Bresson della pittura capace di cogliere l’attimo sulla tela e farlo diventare un momento eternamente e quotidianamente universale. Nella sua pittura, in particolare quella tarda, non c’è nessuna leziosità, nessuna indulgenza all’inutile dettaglio, ma sempre la concentrazione sull’atmosfera e lo spirito dello spazio in armonia con le persone. Bonnard è un Gauguin di campagna, la sua Tahiti era Le Cannet sulla riviera francese. Il suo sguardo spesso è angolare, mai veramente centrale, come se stesse sbirciando la realtà che lo circonda. Un maestro del poco, da riscoprire in un epoca devastata dal troppo.

VOTO 10

PIERRE BONNARD
The late interiors
Metropolitan Museum – New York
fino al 19 Aprile 2009

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MARTIRE. Esce nelle sale “Fortàpasc” di Risi sul giovane pubblicista del “Mattino” ucciso 23 anni fa. Il Vietnam di Torre Annunziata, i suoi articoli scomodi e una morte inaspettata.

Più che in ogni altra città italiana, a Napoli la distinzione tra giornalisti ha sempre avuto il peso drammatico e gerarchico di quello delle caste indiane. Professionisti, pubblicisti, abusivi. Quando Giancarlo Siani venne ucciso sotto casa sua la sera del 23 settembre 1985, alle dieci meno venti, un settimanale locale dapprima titolò, nella prima edizione, «Giornalista pubblicista ucciso sotto casa», poi nella seconda cambiò: «Cronista ucciso sotto casa». La mentalità da casta, appunto, impedì di definire Siani come giornalista e basta. Perché non era professionista. Aveva ancora il tesserino, allora verde, di pubblicista. E per giunta faceva l’abusivo. Al Mattino di Pasquale Nonno, negli anni in cui il direttore del quotidiano veniva scelto dal segretario nazionale della Democrazia cristiana. Insomma un paria dell’informazione, anche da morto ammazzato.

Ha ragione Antonio Franchini quando nell’Abusivo, dedicato proprio alla storia di Siani, suo coetaneo, scrive: «Allora pensavo che non è vero che nascere da una parte o dall’altra è indifferente, perché se non fosse nato a Napoli Giancarlo avrebbe fatto sì l’abusivo, ma per un periodo più breve, e non sarebbe morto. Fino a che non avevo scritto una riga di questa storia non mi ero mai posto il problema se fossi stato amico di Giancarlo; ma, quando ho cominciato, il suo nome facevo fatica anche solo a scriverlo, quasi mi sentissi colpevole di un’appropriazione indebita». È atrocemente vero. Soprattutto per chi è nato in Campania e fa il giornalista. Forse anche per questo il nome di Siani è stato dimenticato per due decenni. Non solo per sciatteria o fastidio o superficialità, a seconda dei casi. Ma paradossalmente anche per pudore e timore. A Napoli e provincia, il suo omicidio è uno spartiacque, e ha segnato chiunque, facendo questo lavoro, gli è sopravvissuto. Giancarlo Siani è stato il primo e unico giornalista ucciso dalla camorra. Abitava a Napoli ma scriveva da Torre Annunziata, ai piedi dello Sterminator Vesevo. Aveva ventisei anni.

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Che voto dareste a un libro fanatico, reazionario, oscurantista, apocalittico, da cui – vi piaccia o non vi piaccia – riuscite a capire molte cose? Un tre, per pulirci la coscienza, oppure un dieci, costretti ad ammettere che si tratta di un’allarmante, chiarissima testimonianza dei tempi che corrono? Optiamo per un compromesso: gli diamo un votaccio, ma siamo davanti al caso raro di un libro pessimo che invitiamo a leggere. Perché ignorare Padre Livio significa non avere chiaro qualcosa di grosso, di vero che sta succedendo in Italia. L’uomo che è stato capace di trasformare Radio Maria – prima minuscola emittente locale – in un network di culto, in qualsiasi senso, torna a parlare con questo “L’ora di Satana” (Piemme). Stringendo: le forze della massoneria e del pensiero liberale e gnostico, altrimenti dette il Diavolo, stanno sprofondando la Terra a un passo dalla fine dei Tempi. Per Grazia di Dio, la Vergine Maria ci ha donato, attraverso recenti apparizioni a veggenti, le armi del Sacro con cui contrastare la dissoluzione. E se l’Anticristo sta trionfando, presto, prestissimo, l’Apocalisse vi porrà rimedio. Profezie, complottismo e tradizione, scagliate contro i grandi mali quali il parlamentarismo, il libero pensiero, l’illuminismo, la modernità. È una corrente che la Chiesa ha conosciuto da vicino tra l’Ottocento e il Novecento. Oggi però i predicatori contano su qualche ripetitore in più.

VOTO 3

L’ORA DI SATANA
Padre Livio Fanzaga

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