INTERVISTA. Si conclude una stagione di angosce ed errori per l’ematologo di Miami. Vacilla la legge del padre che «pensava di non avere scelta».Tutti lo sospettano «ma sarà la paura a restituirgli lucidità». Happy end? «Impossibile, e comunque nessuno vuole la sua riabilitazione». Ipotesi cattura? «Facciamo il tifo per lui..»

«È giusto che i genitori facciano il loro mestiere e mostrino Dexter ai figli quando lo riterranno opportuno, ma anche quando si sentiranno pronti. Non voglio assumermi responsabilità (ride)». Legittima la risposta di Jennifer Carpenter quando le si chiede, proprio ora che si è appena sposata con il protagonista della serie tv Michael C. Hall, di cui nella fiction interpreta la sorella, a che età permetterebbe a un suo eventuale figlio di vedere Dexter. Ma Dexter è qualcosa di più di un semplice cattivo: «il telefilm in cui il cattivo é il buono, e viceversa» come hanno titolato un po’ troppo diplomaticamente sintetici ma efficaci i francesi al momento del lancio della seconda stagione su Canal+. Anche il suo fascino è diverso, «ma se vivessi uccidendo ossessivamente anche nella vita reale, non credo che adesso avrei una moglie» aggiunge ridendo Michael C. Hall, alias Dexter Morgan.

Stasera su FoxCrime andrà in onda l’attesa ultima puntata della seconda stagione. Per l’ematologo della polizia che di notte diventa un serial killer di serial killer, è stata la stagione della crisi, complice anche lo sciopero degli sceneggiatori che ha raddoppiato non volendo la tensione delle puntate. Vacilla infatti il codice del padre Harry, ex poliziotto, non si applicano più in automatico le istruzioni per sopravvivere alle conseguenze delle sue stesse pulsioni. Dexter si trova a un passo dall’essere scoperto dai suoi stessi colleghi, ha un nemico in casa, il sergente Doakes, che gli è più simile di quanto non creda. Persino nella vita privata, sorvegliata e blindata, la sua verità nascosta è accerchiata. Che ne sarà dunque di Dexter? Lo abbiamo chiesto allo stesso protagonista, incontrato a Madrid.

Le certezze della prima serie vengono spazzate vie dalla seconda. Dexter scopre l’angoscia, la paura forse l’errore. Nella prima serie Dexter non è mai perso, mantiene sempre il contatto con la realtà. Come hai vissuto i cambiamenti del tuo personaggio?

Quando hai a che fare con una serie che ha un finale aperto è necessario confrontarsi con tutte le possibili evoluzioni di un personaggio. È vero, nella prima serie pensa di poter realmente programmare il suo mondo, costruisce su di sé delle strutture, degli atteggiamenti per dare agli altri l’impressione di essere normale. Quando questa corazza si sgretola, Dexter si confronta con il suo lato umano. Ma proprio quegli atteggiamenti simulati, quella parvenza di normalità gli permettono di entrare maggiormente in sintonia con i suoi affetti, con la sua donna. Le relazioni diventano più strette, reali, vere. Comincia a capire che deve recuperare lucidità e interrompere le connessioni tra la razionalità e i sentimenti che lo condizionano profondamente. Il senso di paura che lo investe in realtà gli permette di recuperare terreno, di ritornare nei suoi panni, così come la paura, di allontanarsi da quelle emozioni che non gli consentono di essere razionale.

Nel prepararti alla serie, hai letto qualcosa sui serial killer? Ti sei ispirato a qualche film in particolare?

Ho letto dei dossier del Fbi, li ho trovati molto utili soprattutto per capire i disturbi della personalità, le caratteristiche degli psicopatici. Ho letto anche alcuni interrogatori della polizia di Miami. Ma nessun caso che si sovrapponesse al profilo di Dexter. Di Hannibal Lecter ha la sua intelligenza, il suo mettersi in connessione e allontanarsi sempre rapidamente dalla sua vita emozionale. Però Dexter non è un serial killer classico. Ha l’ossessione di voler uccidere chi merita di essere ucciso. Ha un codice: solo chi ha fatto del male può morire. Questo porta il pubblico normale ad affezionarsi a un personaggio simile.

Harry’s law. Cosa sarebbe stato Dexter senza il codice del padre? Un serial killer qualsiasi?

Questa è una domanda interessante. Penso che se Dexter non avesse imparato a contenere gli impulsi avrebbe potuto uccidere indiscriminatamente, in fondo è Harry, il suo padre adottivo, un poliziotto, che crea quella specie di killer. Harry pensa di non avere scelta, e di non poter fare diversamente, di potergli mostrare di uccidere e in quale occasione. Harry non si pone il problema della redenzione. Dà quasi per scontato che suo figlio debba diventare un serial killer. Non cerca altre soluzioni se non quella di insegnargli le possibili vittime.

Di solito si fa il tifo per l’happy end del protagonista. Ma con Dexter non si spera in una una vera riabilitazione del personaggio. Si vuole a tutti i costi che continui a non essere scoperto. Perché?

La possibilità che Dexter venga preso regala suspence alla fiction, ed è fondamentale durante tutta la serie. La cosa che ci fa interessare a Dexter è la sua attitudine a uccidere. È questa complessità che ci porta a legarci al personaggio. Quindi noi non vorremmo che fosse preso per non perdere interesse intorno al suo personaggio. Noi lo amiamo in quanto killer di bad people e non ci aspettiamo una reale riabilitazione. Anche se potrebbe essere uno splendido padre, uno splendido compagno, sappiamo che potrebbe esserlo ugualmente non rinunciando alla sua vita da killer.

Se gli sceneggiatori decidessero per l’happy end di Dexter quale finale vorresti?

Svegliarsi e capire di non essere più preda dei suoi istinti ma non credo che questo sia possibile. Prima di Dexter ho vestito i panni del protagonista di Six Feet Under, altro personaggio dalla doppia vita. Sono ruoli complessi pieni di segreti nascosti che mi hanno messo alla prova e che hanno fatto sviluppare i personaggi.

Dexter si fa volere bene dal pubblico. Come ti rapporti con questa situazione? Senti delle responsabilità nei confronti del pubblico e del personaggio? È unbene o un male avere questa sorta di potere?

Penso di avere un profondo rapporto con il mio personaggio, sono in una poisizione unica, singolare: gli sceneggiatori mi incoraggiano a contribuire al mio personaggio ma non necessariamente alla storia in sé, sono una specie di guardiano. Penso che tutti abbiano un lato oscuro che tendiamo a nascondere, me compreso: sta sempre lì, viene fuori quando le persone danno spazio ai loro impulsi più nascosti.

Hai esordito con il Macbeth di Shakespeare a teatro. Hai paura di essere riconosciuto solo come un attore televisivo?

So che pochi conoscono il mio passato. È normale che la gente mi ricordi per i ruoli che ho interpretato in tv. Il passaggio dal teatro alla tv lo vivo come una evoluzione anche se l’ho realizzato in seguito. Non mi spaventa l’idea di poter essere ricordato solo per questi ruoli, di restarne incastrato: non fa forse parte dei rischi del mestiere?