ANTIPERONISTA SPERIMENTATORE. Era il compagno spirituale di Guevara, potrebbe essere morto come Mercury, la sua tomba parigina è meta di pellegrinaggi come quella di Jim Morrison. Ha rinnovato la letteratura latinoamericana più di Gabo e influenzato anche Italo Calvino.

Nel mondo è probabilmente meno conosciuto di Shakira e i suoi celebri fianchi, dei gol di Maradona “mano di dio” compresa, e persino di García Márquez. Ma Julio Cortázar, morto il 12 febbraio del 1984 e sepolto a Parigi, nel cimitero di Montparnasse, è uno dei miti più radicati nell’America latina. Il culto che gira attorno allo scrittore argentino-parigino è silenzioso, ma tenace, profondo e contagioso, da poter compere con altre icone pop, come il Jim Morrison sepolto nell’altro cimitero parigino, di Père-Lachaise. Rivoluzionario nel suo pensiero politico, sperimentatore nella sua creazione letteraria, malato di “gigantismo” fisico, è morto nel mistero, come tutte le leggende. Nella biografia, una delle tante, dell’ex-amante, la scrittrice uruguaiana Cristina Peri Rossi, si sostiene che sia morto di Aids, e non di leucemia, come riporta la versione ufficiale. Quello che è certo è che il culto di Cortázar continua a ispirare le opere degli scrittori di oggi e i pellegrinaggi dei suoi lettori. Ricalcano i passi del suo autore e dei suoi personaggi, tra il fantastico e l’autobiografico.

Parigi è il teatro elettivo di questi tour, che hanno come guida il libro più famoso, Rayuela (Il gioco del mondo). C’è un percorso che attraversa la città, dai ponti (Pont des Arts, Pont au Change, Pont Saint Michel) dove la Maga lascia i fili rossi a Oliveira come indizi, per poi incontrarsi e amarsi sul Boulevard Jourdan, luogo del Club del Serpente. La tomba di Cortázar, a Montparnasse, è una tappa obbligata. Dopo una visita veloce a Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir (prima fila di tombe a destra) il lettore cortaziano deve seguire, in un misto di intuito e confusione per le affollate indicazioni, la terza divisione, sezione 20, 17 ovest: la tomba di Cortázar. In un marmo piatto e bianco, diviso in due, riposa il corpo di Carol Dunlop (1946-1982), l’ultima compagna dello scrittore, e, sotto, Julio Cortázar (1914-1984). Una simpatica scultura di marmo bianco e grigio, fatta dagli amici Julio Silva e Luis Tomasello, rappresenta il “cronopio”, quell’essere bohèmien, riflessivo, irreverente e incompreso, protagonista delle Storie di cronopios e famas (Einaudi, 1971).

«Julio, grazie per la ricerca» è uno dei messaggi delle lettere consegnati allo scrittore. Bisogna però lasciare anche un bicchiere o una coppa di vino, preferibilmente rosso, e il biglietto della Metrò che ha condotto al cimitero. Sulla lapide si possono trovare anche sassi, fiori, candele e persino manoscritti. Questo culto somiglia a quello di un altro innovatore scrittore latinoamericano, morto nel 2003: Roberto Bolaño. Ogni giorno cresce sempre di più il numero di «realvisceralisti» che vanno sui luoghi del viaggio de I detective selvaggi (Sellerio, 2003) dello scrittore cileno.

Cortázar era nato a Bruxelles, nel 1914, «nei giorni dell’occupazione tedesca, come conseguenza del turismo e la diplomazia», spiegava. Se la sua identità apparteneva alla città di Buenos Aires, la pronuncia di una “erre” forte, o francese, rivelava gli anni vissuti a Parigi come traduttore dell’Unesco. Aveva un’identità ibrida, per i primi anni vissuti all’estero con i suoi genitori diplomatici, per cui veniva chiamato dai suoi compagni di scuola come «il francese». Si definiva un appassionato di boxe e di jazz, un lettore a tempo pieno, innamorato del cinema, trombettista per diletto: «Un borghesuccio cieco a tutto quello che oltrepassa la sfera dell’estetica», diceva.

Ma anche se non aveva nessun compromesso con la storia, né con alcuna ideologia o politica, arrivò ad essere fortemente di sinistra nei tempi del sandinismo in Nicaragua e della rivoluzione cubana. La sua ammirazione lo ha portato ha dedicare uno dei suoi pochi poemi a Ernesto “Che” Guevara: «Avevo un fratello. Non ci siamo mai visti, ma non importava. Avevo un fratello che andava per i monti mentre io dormivo». Castrista? Cortázar una volta ha detto: «La mia idea di socialismo latinoamericano è profondamente critica». Chissà cosa direbbe oggi il grande cronopio della sinistra latinoamericana…
Anche l’Italia fa parte della leggenda di Cortázar. La prima edizione di Ultimo round (oggi ristampato da Alet), una specie di opere aperta costruita su un giornale, è stata misteriosamente stampata nella tipografia Toso in via Carlo Capelli a Torino, nel 1970. Una strana edizione a «due piani», come gli chiamava Cortázar, di due parti disuguali unite dal dorso, con fotografie dell’autore e stracci di giornali.
Per uno scompenso ormonale Cortázar era ammalato di “gigantismo”: ogni giorno cresceva di più. Era un gigante, come la sua opera. Nel 1963 scrisse Rayuela, un libro artefatto che ha tagliato la storia della letteratura latinoamericana in un prima e un dopo. Era l’Italo Calvino latinoamericano. E forse molto di più. L’interazione con il lettore, che partecipa al processo creativo interpretando e leggendo il libro che vuole, capitolo dopo capitolo (in Argentina Rayuela è il nome del “gioco della campana”) rappresenta una vera novità nel panorama del “realismo magico”. Anche se cronologicamente Cortázar entra nel boom degli anni sessanta, assieme a Carlos Fuentes, Mario Vargas Llosa e García Márquez, la sua è anche e soprattutto una letteratura fantastica, per niente realistica. Cortázar non c’entra nulla con le nonne che volano, gli uomini con orecchie di maiale, i pesci d’oro e le farfalle gialle di Macondo. La narrativa di Cortázar è molto più legata alla quotidianità e all’eternità del fantastico.

«Sfioro la tua bocca, con un dito sfioro l’orlo della tua bocca, la disegno come se uscisse dalla mia mano, come se per la prima volta la tua bocca si schiudesse, e mi basta chiudere gli occhi per disfare tutto e ricominciare». Questo brano del capitolo sette de Il gioco del mondo di Cortázar riempirà email, lettere e muri il prossimo giorno di San Valentino. Come ogni anno. Perché in America latina, chi è innamorato, vuole o ha paura di esserlo, lo recita come un mantra.

L’eterno anticonformismo di Cortázar mantiene viva la fortuna della sua opera. In occasione del 25° anniversario della sua scomparsa, la prestigiosa casa editrice spagnola Alfaguara pubblica 500 pagine inedite dell’autore franco-argentino. I testi Never stop the Press, Viabilità e Pranzo erano stati eliminati da Storie di cronopios e famas per scelta dell’autore. Oggi, a furor del popolo dei suoi lettori, sono stati re-inseriti, per gentile concessione della sua prima moglie, Aurora Bernárdez. I festeggiamenti avranno luogo in diverse città del continente latinoamericano, poi a Madrid e Parigi. Un’istallazione artistica nella piazza bonaerense dell’Obelisco ricorda Cortázar, mentre al viale 9 novembre di Buenos Aires sono stati dipinti 300 “rayuelas”. Il requisito per giocare? Portare un libro di Cortázar.