You are currently browsing the tag archive for the ‘Napoli’ tag.

MARTIRE. Esce nelle sale “Fortàpasc” di Risi sul giovane pubblicista del “Mattino” ucciso 23 anni fa. Il Vietnam di Torre Annunziata, i suoi articoli scomodi e una morte inaspettata.

Più che in ogni altra città italiana, a Napoli la distinzione tra giornalisti ha sempre avuto il peso drammatico e gerarchico di quello delle caste indiane. Professionisti, pubblicisti, abusivi. Quando Giancarlo Siani venne ucciso sotto casa sua la sera del 23 settembre 1985, alle dieci meno venti, un settimanale locale dapprima titolò, nella prima edizione, «Giornalista pubblicista ucciso sotto casa», poi nella seconda cambiò: «Cronista ucciso sotto casa». La mentalità da casta, appunto, impedì di definire Siani come giornalista e basta. Perché non era professionista. Aveva ancora il tesserino, allora verde, di pubblicista. E per giunta faceva l’abusivo. Al Mattino di Pasquale Nonno, negli anni in cui il direttore del quotidiano veniva scelto dal segretario nazionale della Democrazia cristiana. Insomma un paria dell’informazione, anche da morto ammazzato.

Ha ragione Antonio Franchini quando nell’Abusivo, dedicato proprio alla storia di Siani, suo coetaneo, scrive: «Allora pensavo che non è vero che nascere da una parte o dall’altra è indifferente, perché se non fosse nato a Napoli Giancarlo avrebbe fatto sì l’abusivo, ma per un periodo più breve, e non sarebbe morto. Fino a che non avevo scritto una riga di questa storia non mi ero mai posto il problema se fossi stato amico di Giancarlo; ma, quando ho cominciato, il suo nome facevo fatica anche solo a scriverlo, quasi mi sentissi colpevole di un’appropriazione indebita». È atrocemente vero. Soprattutto per chi è nato in Campania e fa il giornalista. Forse anche per questo il nome di Siani è stato dimenticato per due decenni. Non solo per sciatteria o fastidio o superficialità, a seconda dei casi. Ma paradossalmente anche per pudore e timore. A Napoli e provincia, il suo omicidio è uno spartiacque, e ha segnato chiunque, facendo questo lavoro, gli è sopravvissuto. Giancarlo Siani è stato il primo e unico giornalista ucciso dalla camorra. Abitava a Napoli ma scriveva da Torre Annunziata, ai piedi dello Sterminator Vesevo. Aveva ventisei anni.

Leggi il seguito di questo post »

Annunci

Missioni. 31 anni, un costume e una identità segreta. Non vola ma pattuglia la città mentre «il crimine oggi scavalca la pena». Le sue armi? «Autodifesa e segnalazioni anonime alla polizia». Si ispira ai comics e al messicano Barrio Gomez. Saviano? «Senza maschera, come Obama». Caso rifiuti? «Mancano ancora i colpevoli».

Ronde sì, ma «è pronto un provvedimento che stabilisce norme severe, con un albo, sull’esempio dei City Angels», parola del ministro dell’Interno Roberto Maroni. Ronde o presidi che già esistono: «da anni ci sono iniziative su base volontaria non controllate da nessuno». Anche in Emilia Romagna sostiene il ministro. E comunque i «Rambo non saranno ammessi». Rambo no, ma un supereroe? Perché a quanto pare i super eroi esistono, anche da noi.
Ne abbiamo incontrato uno. Il suo nome è Entomo, vive a Napoli. Non è uno scherzo. Entomo è reale. Per la precisione un Real Life Superhero. 31 anni, un segreto «custodito da una ventina di persone», una identità precaria «con i mass media nulla resta segreto per sempre, sono preparato all’eventualità di svelarla, ma non ora». Un fisico normale, vestito con un costume verde chiaro, le maniche scure, nessun mantello, pantaloni neri con stivali marroni, un cappuccio nero e verde. Sul davanti un disegno: « È un segno grafico a metà strada tra un sigma ed una clessidra. Simboleggia l’unione e la comunione al di fuori del tempo spezzato. Anche se la Terra è allo stremo delle sue forze, e siamo fuori tempo massimo, possiamo venirne fuori e ritrovare lo splendore. All’ultimo secondo. Questo è il marchio dell’Uomo-Insetto».

Leggi il seguito di questo post »

Ricordo. Oltre gli hard boiled, tradusse Miller e “Ultima fermata, Brooklyn”. Giramondo in fuga da Napoli, erede di Scerbanenco, esordì a 50 anni con «il più bel giallo italiano» parola di del Buono. Morì dieci anni fa. Per Carlotto «un maestro».

Di certo fu il primo e insuperato allievo della Scuola dei Duri. Non i guappi della sua Napoli, dove nacque e da cui fuggì presto (salvo poi eleggerla a set delle sue storie più belle). No, i Duri americani, quelli di cui fu traduttore. Gli autori dell’hard boiled: Dashiell Hammett e Raymond Chandler. Piombo e sangue e Il grande sonno. Era Attilio Veraldi, un vero innovatore nella nostra letteratura, che meriterebbe un’attenzione e un ricordo più partecipi, ora che sono passati dieci anni dalla sua scomparsa (5 marzo 1999) avvenuta tra i grattacieli e le roulette di Montecarlo dove aveva scelto di vivere e nel cui mare volle che le sue ceneri fossero disperse.

In una produzione letteraria intimista, liricheggiante, ripiegata sul cerebrale, qual era quella italiana degli anni 70, Veraldi introdusse – costruendo anche sull’eredità di Giorgio Scerbanenco – una prosa tutta azione al servizio di storie criminali affollate di grandi furfanti e piccoli faccendieri, di camorristi e liberi professionisti della zona grigia, di ricchi sfondati e avvocaticchi in canna, famiglie incancrenite e individui ambiziosi, tutti alla ricerca della colpo della vita, della stangata. Gente di piccola moralità, inserita in un racconto che è un sapido ritratto della società italiana e delle sue eterne malattie. Il successo fu immediato già col primo romanzo di Veraldi, esordiente a cinquant’anni suonati con La mazzetta (1976): «il più bel giallo italiano che abbia mai letto», fu la benedizione di Oreste Del Buono dopo che ne lesse il dattiloscritto.

Leggi il seguito di questo post »