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THE WRESTLER

THE WRESTLER

Troppo teatrale? Il rilievo è inconsistente. E allora “La parola ai giurati”? “Due partite” nasce come una pièce teatrale, nell’ereditarla dall’autrice Cristina Comencini, Enzo Monteleone ne rispetta la scansione in due tempi, la ricchezza dialettica, senza “farle prendere aria”, come si dice in gergo. Funziona? Dipende dallo sguardo del pubblico femminile sopra i 30, al quale il film si rivolge. Al quartetto originario formato da Margherita Buy, Isabella Ferrari, Marina Massironi e Valeria Milillo, prima nel ruolo di madri e figlie, si aggiungono Paola Cortellesi, Carolina Crescentini, Claudia Pandolfi e Alba Rohrwacher (con qualche minima variazione). Riflessione a tratti ulcerata, pure spassosa, sulla natura quasi primitiva della maternità, “Due partite” procede tra fitte e contrazioni, isterismi e frustrazioni, citazioni dalla Ginzburg e da Rilke. Al suono di “Se telefonando”, quattro madri borghesi si ritrovano ogni giovedì in un tinello tirato a lucido per giocare svogliatamente a carte e misurarsi con le crepe dei rispettivi matrimoni. Casalinghe già disperate, è il 1966, murate vive in una condizione di soffocante agiatezza: nessuna lavora. Tre decenni dopo le figlie, ben inserite nel mondo delle professioni, si ritrovano per un funerale. Squillano i cellulari, muta il lessico, ma in fondo gli argomenti sono gli stessi: solo che ora tutte desiderano un figlio…Monteleone applica stili fotografici (e di ripresa) diversi ai due tempi, giocando su arredi e acconciature: più riuscito il secondo.

VOTO 6,5

DUE PARTITE
Enzo Monteleone

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Dream of life. Al cinema e in dvd il documentario di Steve Sebring sulla «mamma rocker dai capelli grigi», girato tra il 1995 e il 2007. Una storia oramai «privata», tra lutti familiari e l’addio a Ginsberg e Mapplethorpe.

«Lavoravo in una libreria, disegnavo, posavo per Robert Mapplethorpe, scarabocchiavo tra i miei taccuini. Vagavo tra le macerie degli anni 60. Tanta gioia mischiata a malcontento, tante voci levate e represse, il retaggio della mia generazione pareva in pericolo. Sono riuscita a esprimermi attraverso la sgraziata forma del rock. Forse non sono stata niente altro che una pedina incongrua, ma sono comuque grata per le mosse che ho fatto». Patti Smith ritorna a far parlare di sé con documentario sugli ultimi anni di carriera, Dream of life girato dal fotografo di moda Steve Sebring che la segue dal 1995. Presentato l’anno scorso alla Berlinale e al Sundance Festival, è uscito ieri nelle sale italiane ed è disponibile in libreria in dvd per Feltrinelli.

Ma è davvero una carriera quella di Patti Smith? O è da molto tempo, dal suo ritiro dalle scene nel lontano (per davvero) 1979 dopo un trionfale tour italiano (che consolidò il credito eccezionale presso il pubblico), solo un modo di vivere, il più naturale, il suo? L’immagine che scorre sullo schermo, è quella di una donna esile e ossuta dai capelli lunghi e grigi, un volto sempre spigoloso, una magrezza severa, vestita casual, mamma di due ragazzi. I materiali video e audio sono stati raccolti nell’arco di 12 anni: concerti, reading, interni familiari, vita comune. Ma l’impressione è che sia un film girato tutto d’un fiato e quindi specchio di una vita senza pose, su una icona in disarmo ma non da se stessa, che non viene investita di nuove urgenze (anche se da Katrina a Guantanamo la sua denuncia è sempre rabbiosa) e che dopo un silenzio durato 16 anni, non ha più prodotto dischi all’altezza. Nonostante il declino, il film è una dimostrazione di affetto verso una stagione di “intoccabili” personalità, sospese nel ricordo incantato dei fan.

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