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ANTIPERONISTA SPERIMENTATORE. Era il compagno spirituale di Guevara, potrebbe essere morto come Mercury, la sua tomba parigina è meta di pellegrinaggi come quella di Jim Morrison. Ha rinnovato la letteratura latinoamericana più di Gabo e influenzato anche Italo Calvino.

Nel mondo è probabilmente meno conosciuto di Shakira e i suoi celebri fianchi, dei gol di Maradona “mano di dio” compresa, e persino di García Márquez. Ma Julio Cortázar, morto il 12 febbraio del 1984 e sepolto a Parigi, nel cimitero di Montparnasse, è uno dei miti più radicati nell’America latina. Il culto che gira attorno allo scrittore argentino-parigino è silenzioso, ma tenace, profondo e contagioso, da poter compere con altre icone pop, come il Jim Morrison sepolto nell’altro cimitero parigino, di Père-Lachaise. Rivoluzionario nel suo pensiero politico, sperimentatore nella sua creazione letteraria, malato di “gigantismo” fisico, è morto nel mistero, come tutte le leggende. Nella biografia, una delle tante, dell’ex-amante, la scrittrice uruguaiana Cristina Peri Rossi, si sostiene che sia morto di Aids, e non di leucemia, come riporta la versione ufficiale. Quello che è certo è che il culto di Cortázar continua a ispirare le opere degli scrittori di oggi e i pellegrinaggi dei suoi lettori. Ricalcano i passi del suo autore e dei suoi personaggi, tra il fantastico e l’autobiografico.

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Polvere sull’erba. Nessun libro «scomodo» è rimasto nei cassetti per 35 anni. Il testo «revisionista» riedito nel 2000 non assomiglia affatto all’esordio dello scrittore di Parma.

Ancora il 31 gennaio scorso, sul Corriere della Sera, Alberto Bevilacqua imputa alla censura del tempo se nel ’55 «venne bloccata» la sua prima prova narrativa, La polvere sull’erba, romanzo poi apparso da Einaudi prima nel 2000 e poi nel 2008: con una diversa indicazione. Nel 2000 il risvolto di copertina scrive che Sciascia «legge il dattiloscitto, vorrebbe pubblicarlo, ma ritiene che possa provocare uno scandalo», riguardando le torbide vicende del «Triangolo rosso», sicché lo accantona; nel 2008 la frase cambia di poco: Sciascia «vorrebbe pubblicarlo ma il clima censorio glielo impedisce».

In entrambi i casi, sembrerebbe che sia Sciascia – autore nel ’55 del diario-denuncia Le parrocchie di Regalpetra e prossimo a pubblicare racconti di tenace concetto come L’antimonio e Il Quarantotto – a lasciarsi intimidire dalla censura democristiana e non che sia la censura a bloccarne la pubblicazione, come parrebbe invece adombrare l’articolo del Corriere. Uno Sciascia di tanta prudenza è davvero inimmaginabile se si pensa che proprio nel ’55, nelle vesti di curatore della collana I Quaderni di Galleria dell’editore Sciascia di Caltanissetta, pubblica un libro di Bevilacqua intitolato giustappunto La polvere sull’erba. Nella sua nota alle due edizioni, Bevilacqua precisa che quel libro era costituito da mere «prove d’autore», le sole che Sciascia (pur avendo avuto consegnate oltre alle prove d’autore, scritte ovviamente in preparazione del romanzo, addirittura il romanzo stesso) avrebbe avuto animo di pubblicare.

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