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Per un pelo Clive Owen non è diventato il nuovo 007 al posto del rude Daniel Craig. Ma si sta rifacendo. In “Duplicity” è uno spione del britannico MI6; in questo “The International” è un agente dell’Interpol alle prese con una banca coinvolta in un losco traffico di armi e soldi riciclati. Nella finzione si chiama Ibbc, nella realtà era la famigerata Bcci. La pubblicità recita: «Hanno i vostri soldi, decidono della vostra vita, controllano ogni cosa. Ma c’è un uomo su cui non hanno potere». Appunto Louis Salinger, più stazzonato e “umano” di Bond, ma altrettanto determinato. Alla maniera dei thriller anni Settanta, con una punta adrenalinica in stile “Jason Bourne”, il film del tedesco Tom Tykwer ricostruisce l’insidiosa indagine, zompando da una città all’altra: Berlino, Lione, Milano, New York, Istanbul… Il tono è da denuncia, con finale pessimista nonostante la mezza vittoria, e intanto abbiamo capito che l’interesse di certe banche consiste nel controllare, distribuendo armi leggere o sofisticate, il debito generato dai conflitti nei Paesi in via di sviluppo. Spalleggiato da una procuratrice distrettuale americana (Naomi Watts), Salinger insegue piste finanziarie e killer patentati, rassegnandosi infine a uscire dalle regole per fare giustizia. Spettacolare la sparatoria dentro il Guggenheim Museum ridotto a un colabrodo. Luca Barbareschi è un politico italiano, un po’ alla Berlusconi, che schiatta quasi subito. Br e carabinieri sono da macchietta: rassegniamoci, ci vedonocosì.

VOTO 6,5

THE INTERNATIONAL
Tom Tykwer

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MARTIRE. Esce nelle sale “Fortàpasc” di Risi sul giovane pubblicista del “Mattino” ucciso 23 anni fa. Il Vietnam di Torre Annunziata, i suoi articoli scomodi e una morte inaspettata.

Più che in ogni altra città italiana, a Napoli la distinzione tra giornalisti ha sempre avuto il peso drammatico e gerarchico di quello delle caste indiane. Professionisti, pubblicisti, abusivi. Quando Giancarlo Siani venne ucciso sotto casa sua la sera del 23 settembre 1985, alle dieci meno venti, un settimanale locale dapprima titolò, nella prima edizione, «Giornalista pubblicista ucciso sotto casa», poi nella seconda cambiò: «Cronista ucciso sotto casa». La mentalità da casta, appunto, impedì di definire Siani come giornalista e basta. Perché non era professionista. Aveva ancora il tesserino, allora verde, di pubblicista. E per giunta faceva l’abusivo. Al Mattino di Pasquale Nonno, negli anni in cui il direttore del quotidiano veniva scelto dal segretario nazionale della Democrazia cristiana. Insomma un paria dell’informazione, anche da morto ammazzato.

Ha ragione Antonio Franchini quando nell’Abusivo, dedicato proprio alla storia di Siani, suo coetaneo, scrive: «Allora pensavo che non è vero che nascere da una parte o dall’altra è indifferente, perché se non fosse nato a Napoli Giancarlo avrebbe fatto sì l’abusivo, ma per un periodo più breve, e non sarebbe morto. Fino a che non avevo scritto una riga di questa storia non mi ero mai posto il problema se fossi stato amico di Giancarlo; ma, quando ho cominciato, il suo nome facevo fatica anche solo a scriverlo, quasi mi sentissi colpevole di un’appropriazione indebita». È atrocemente vero. Soprattutto per chi è nato in Campania e fa il giornalista. Forse anche per questo il nome di Siani è stato dimenticato per due decenni. Non solo per sciatteria o fastidio o superficialità, a seconda dei casi. Ma paradossalmente anche per pudore e timore. A Napoli e provincia, il suo omicidio è uno spartiacque, e ha segnato chiunque, facendo questo lavoro, gli è sopravvissuto. Giancarlo Siani è stato il primo e unico giornalista ucciso dalla camorra. Abitava a Napoli ma scriveva da Torre Annunziata, ai piedi dello Sterminator Vesevo. Aveva ventisei anni.

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locandina

Walt Kowalski ringhia, letteralmente, indispettito da tutto: della nipote col piercing, dal prete cattolico, dal figlio che guida un Suv giapponese, dai vicini asiatici che sgozzano polli in giardino. È un dinosauro americano rabbioso e razzista, poco conta che abbia lavorato cinquant’anni alla Ford. Dalla sedia a dondolo osserva la bandiera a stelle e strisce che sventola sulle scale, fuma e trangugia ettolitri di birra, rimpiangendo il tepore della vecchia comunità. Racchiuso tra due funerali, “Gran Torino”, di e con Clint Eastwood, è un film a basso costo, personale e classico, minimalista e crepuscolare, girato per il piacere di recitare un’ultima volta. Così, a 78 anni, Clint si cuce addosso questo solitario e forastico operaio che aggiusta tutto ma non sa curare se stesso. Decorato in Corea, custodisce nel baule il fucile Garand e la Colt 45. Pronto a usarli, se serve, contro i vicini della comunità Hmong, che tratta da “musi gialli” coprendoli di insulti inverosimili, politicamente scorretti, quindi divertenti. L’incontro con due di quei adolescenti, l’irrisolto Thao e la più intraprendente Sue, lo costringe a fare i conti con se stesso, a smussare gli angoli di carattere, ad aprirsi a consuetudini diverse, addirittura a prendersi cura di loro, come un nonno protettivo, di fronte alle bravate di una gang asiatica. Dimenticare Callaghan nel finale. Non un capolavoro, ma gran bel film, dove si impone una lucida malinconia senile, specie nella cerimonia degli addii evocata con tocchi sommessi.

VOTO 8,5

GRAN TORINO
Clint Eastwood

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THE WRESTLER

THE WRESTLER

Troppo teatrale? Il rilievo è inconsistente. E allora “La parola ai giurati”? “Due partite” nasce come una pièce teatrale, nell’ereditarla dall’autrice Cristina Comencini, Enzo Monteleone ne rispetta la scansione in due tempi, la ricchezza dialettica, senza “farle prendere aria”, come si dice in gergo. Funziona? Dipende dallo sguardo del pubblico femminile sopra i 30, al quale il film si rivolge. Al quartetto originario formato da Margherita Buy, Isabella Ferrari, Marina Massironi e Valeria Milillo, prima nel ruolo di madri e figlie, si aggiungono Paola Cortellesi, Carolina Crescentini, Claudia Pandolfi e Alba Rohrwacher (con qualche minima variazione). Riflessione a tratti ulcerata, pure spassosa, sulla natura quasi primitiva della maternità, “Due partite” procede tra fitte e contrazioni, isterismi e frustrazioni, citazioni dalla Ginzburg e da Rilke. Al suono di “Se telefonando”, quattro madri borghesi si ritrovano ogni giovedì in un tinello tirato a lucido per giocare svogliatamente a carte e misurarsi con le crepe dei rispettivi matrimoni. Casalinghe già disperate, è il 1966, murate vive in una condizione di soffocante agiatezza: nessuna lavora. Tre decenni dopo le figlie, ben inserite nel mondo delle professioni, si ritrovano per un funerale. Squillano i cellulari, muta il lessico, ma in fondo gli argomenti sono gli stessi: solo che ora tutte desiderano un figlio…Monteleone applica stili fotografici (e di ripresa) diversi ai due tempi, giocando su arredi e acconciature: più riuscito il secondo.

VOTO 6,5

DUE PARTITE
Enzo Monteleone

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