locandina

Walt Kowalski ringhia, letteralmente, indispettito da tutto: della nipote col piercing, dal prete cattolico, dal figlio che guida un Suv giapponese, dai vicini asiatici che sgozzano polli in giardino. È un dinosauro americano rabbioso e razzista, poco conta che abbia lavorato cinquant’anni alla Ford. Dalla sedia a dondolo osserva la bandiera a stelle e strisce che sventola sulle scale, fuma e trangugia ettolitri di birra, rimpiangendo il tepore della vecchia comunità. Racchiuso tra due funerali, “Gran Torino”, di e con Clint Eastwood, è un film a basso costo, personale e classico, minimalista e crepuscolare, girato per il piacere di recitare un’ultima volta. Così, a 78 anni, Clint si cuce addosso questo solitario e forastico operaio che aggiusta tutto ma non sa curare se stesso. Decorato in Corea, custodisce nel baule il fucile Garand e la Colt 45. Pronto a usarli, se serve, contro i vicini della comunità Hmong, che tratta da “musi gialli” coprendoli di insulti inverosimili, politicamente scorretti, quindi divertenti. L’incontro con due di quei adolescenti, l’irrisolto Thao e la più intraprendente Sue, lo costringe a fare i conti con se stesso, a smussare gli angoli di carattere, ad aprirsi a consuetudini diverse, addirittura a prendersi cura di loro, come un nonno protettivo, di fronte alle bravate di una gang asiatica. Dimenticare Callaghan nel finale. Non un capolavoro, ma gran bel film, dove si impone una lucida malinconia senile, specie nella cerimonia degli addii evocata con tocchi sommessi.

VOTO 8,5

GRAN TORINO
Clint Eastwood

Tarantino ne parla come “di uno dei thriller più emozionanti dell’anno”. Elogio fuorviante, pure controproducente. Diretto da Courtney Hunt, “Frozen River” è un piccolo film indipendente scabro e realistico, senza musica, girato in 24 giorni, quanto di più lontano dal cinema chiacchierone del regista di “Pulp Fiction”. Destinatario a sorpresa di due nomination agli Oscar (migliore attrice, migliore sceneggiatura), esce da noi per iniziativa della Archibald. Merita una visita, perché la desolazione umana che racconta si scioglie in un racconto palpitante, caldo, nonostante la temperatura glaciale. Due donne sull’orlo del baratro, alla vigilia di Natale: la bianca Ray, madre di due figli, è stata mollata dal marito, scappato con i soldi necessari a comprare la nuova, sospirata casa mobile; l’indiana Lila “Piccolo Lupo”, alla quale hanno sottratto il figlio di un anno, è nel mirino della polizia perché usa il fiume gelato San Lorenzo, sulla riserva Mohawk, per trasportare immigrati clandestini dal Canada agli Usa. Le due all’inizio si detestano, ma l’una ha bisogno dell’altra, e l’unico modo per fare soldi veloci è utilizzare la macchina di Ray per quel traffico di irregolari. Freddo pungente, miseria, delinquenti senza scrupoli, un neonato che sembra morto invece no. La forza di “Frozen River” sta nell’andamento ruvido, mai retorico, della storia, specie nella prova delle due attrici: Melissa Leo e Misty Upham,madri coraggio unite dal destino.

VOTO 7

FROZEN RIVER
Courtney Hunt

Ai francesi s’addice il poliziesco noir. Lo frequentano da sempre, con alterne fortune commerciali ma intatto senso dello spettacolo. Un nome per tutti: Jean-Pierre Melville. Diviso in due parti, come “Kill Bill” di Tarantino, esce “Nemico pubblico n. 1. L’istinto di morte”, cui seguirà, tra un mese, “L’ora della fuga”. Il gangster in questione non è di fantasia: schematizzando un po’, Jacques Mesrine è stato il Vallanzasca francese. Bello, impudente, feroce, carismatico. Vincent Cassel, che non è solo monsieur Bellucci bensì un attore profondo e dinamico, si impadronisce del personaggio con piglio all’americana, ingrassando anche 15 chili per restituire la parabola, anche fisica, del malvivente. Vent’anni di “carriera”, dal 1959 al 1979, e proprio dalla fine si parte, con un prologo teso che prepara l’imboscata dalla quale Mesrine non uscirà vivo, per tornare in chiave di flashback alle prime rapine dell’ex soldato impratichitosi nell’uso della tortura in Algeria, legato a un capo dell’Oas, un po’ fascista ma nel fondo anarchico e spavaldo, tanto da avvicinarsi più tardi alle nostre Br. «Mi ammazzeranno quando lo dico io», ringhia spavaldo Mesrine-Cassel, che forse non raccontò proprio tutta la verità a proposito di sé, gonfiando gesta, amori, evasioni. Il regista Jean-François Richet non ne fa un bandito romantico alla Robin Hood, ma certo restituisce con stile adrenalinico e violento la ballata del fuorilegge, arrivando fin nella Monument Valley di tanti film western.

VOTO 8

NEMICO PUBBLICO N. 1
Jean-François Richet