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«La televisione non è il posto giusto per argomentare bene, sono contento di poterlo fare qui» inizia con un autogol lo scontro Baricco-Scalfari andato in scena ieri non a caso, all’interno di «un teatro privato che più privato non si può», il Teatro Eliseo di Roma diretto dal giustamente orgoglioso Monaci che coordina l’incontro. Il tema è infatti lo stesso sollevato dagli articoli dello scrittore apparsi su Repubblica e supportati da chi quel giornale ha fondato più di vent’anni fa: i finanziamenti pubblici alla cultura, finanziamenti che Baricco preferirebbe fossero indirizzati alla scuola e alla televisione a sua detta vera formatrice di pubblico, la stessa dove però non si può argomentare di temi come questi «perché il tempo è poco». Articoli che hanno sollevato una vera insurrezione nel mondo della cultura e, in particolare del teatro, reo secondo l’autore di Seta di essere dominato da un «sistema bulgaro» che determina «una temperatura culturale bassa».

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locandina

Walt Kowalski ringhia, letteralmente, indispettito da tutto: della nipote col piercing, dal prete cattolico, dal figlio che guida un Suv giapponese, dai vicini asiatici che sgozzano polli in giardino. È un dinosauro americano rabbioso e razzista, poco conta che abbia lavorato cinquant’anni alla Ford. Dalla sedia a dondolo osserva la bandiera a stelle e strisce che sventola sulle scale, fuma e trangugia ettolitri di birra, rimpiangendo il tepore della vecchia comunità. Racchiuso tra due funerali, “Gran Torino”, di e con Clint Eastwood, è un film a basso costo, personale e classico, minimalista e crepuscolare, girato per il piacere di recitare un’ultima volta. Così, a 78 anni, Clint si cuce addosso questo solitario e forastico operaio che aggiusta tutto ma non sa curare se stesso. Decorato in Corea, custodisce nel baule il fucile Garand e la Colt 45. Pronto a usarli, se serve, contro i vicini della comunità Hmong, che tratta da “musi gialli” coprendoli di insulti inverosimili, politicamente scorretti, quindi divertenti. L’incontro con due di quei adolescenti, l’irrisolto Thao e la più intraprendente Sue, lo costringe a fare i conti con se stesso, a smussare gli angoli di carattere, ad aprirsi a consuetudini diverse, addirittura a prendersi cura di loro, come un nonno protettivo, di fronte alle bravate di una gang asiatica. Dimenticare Callaghan nel finale. Non un capolavoro, ma gran bel film, dove si impone una lucida malinconia senile, specie nella cerimonia degli addii evocata con tocchi sommessi.

VOTO 8,5

GRAN TORINO
Clint Eastwood

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