THE WRESTLER

THE WRESTLER

Troppo teatrale? Il rilievo è inconsistente. E allora “La parola ai giurati”? “Due partite” nasce come una pièce teatrale, nell’ereditarla dall’autrice Cristina Comencini, Enzo Monteleone ne rispetta la scansione in due tempi, la ricchezza dialettica, senza “farle prendere aria”, come si dice in gergo. Funziona? Dipende dallo sguardo del pubblico femminile sopra i 30, al quale il film si rivolge. Al quartetto originario formato da Margherita Buy, Isabella Ferrari, Marina Massironi e Valeria Milillo, prima nel ruolo di madri e figlie, si aggiungono Paola Cortellesi, Carolina Crescentini, Claudia Pandolfi e Alba Rohrwacher (con qualche minima variazione). Riflessione a tratti ulcerata, pure spassosa, sulla natura quasi primitiva della maternità, “Due partite” procede tra fitte e contrazioni, isterismi e frustrazioni, citazioni dalla Ginzburg e da Rilke. Al suono di “Se telefonando”, quattro madri borghesi si ritrovano ogni giovedì in un tinello tirato a lucido per giocare svogliatamente a carte e misurarsi con le crepe dei rispettivi matrimoni. Casalinghe già disperate, è il 1966, murate vive in una condizione di soffocante agiatezza: nessuna lavora. Tre decenni dopo le figlie, ben inserite nel mondo delle professioni, si ritrovano per un funerale. Squillano i cellulari, muta il lessico, ma in fondo gli argomenti sono gli stessi: solo che ora tutte desiderano un figlio…Monteleone applica stili fotografici (e di ripresa) diversi ai due tempi, giocando su arredi e acconciature: più riuscito il secondo.

VOTO 6,5

DUE PARTITE
Enzo Monteleone

Un sondaggio di AskMen.com l’ha eletta “donna più desiderabile del mondo” per due anni di seguito. In effetti la 35enne Eva Mendes, bellezza callipigia dal neo birichino, è attrice piuttosto conturbante, tra le più spregiudicate a Hollywood (molto decantata una sua scena di sesso nei “Padroni della notte”). Ma forse non c’era bisogno di riesumare questo “Live!”, da lei coprodotto nel 2006, passato al Tribeca Festival e in patria uscito solo in dvd. Sul tema “morte in diretta” il cinema ha già molto dato, con esiti anche profetici. Qui il regista Bill Guttentag moraleggia sui reality show, immaginando che la cinica Katy Courbet, producer del network Abn in crisi di ascolti, riesca a varare un programma tv dove si pratica la roulette russa, in stile “Cacciatore”. Sei candidati, scelti con cura per etnia, censo e gusti sessuali, sei pallottole, quante ne contiene il tamburo di una Magnum 357: chi resta in piedi vince 5 milioni di dollari, l’unico che schiatta nisba. Eva Mendes cambia molti abiti e i riferimenti alla situazione italiana vengono dal doppiaggio. Ma “Live!” poco aggiunge al dibattito sulla tv imbarbarita in cerca dell’effetto Colosseo: l’idea è di fare una satira al vetriolo in chiave di mockumentary (c’è un operatore che riprende tutto), ma l’impianto risulta prevedibile, così come il repentino pentimento della donna in carriera, prima pronta a tutto pur di toccare l’agognato 40 % di share e poi disgustata di sé quando la testa scoppia davvero. Tranquilli: la punizione arriverà.

VOTO 5

LIVE!
Bill Guttentag

Magari meritava l’Oscar al posto di Sean Penn, ma Mickey Rourke può dirsi comunque soddisfatto: a Hollywood era dato per finito, archiviato; dopo “The Wrestler”, Leone d’oro 2008, tutti lo cercano di nuovo, nonostante la faccia deformata (dai pugni e dalle plastiche). Nei panni di Randy “the Ram” Robinson, l’attore che fu bellissimo e desiderato mette in scena un po’ se stesso, sia pure spostando il riflesso autobiografico nel campo del wrestling, quella lotta libera, un po’ vera un po’ no, tanto apprezzata in tv anche dai nostri ragazzini. Campione negli anni Ottanta, oggi “the Ram” sopravvive esibendosi nelle palestre dei licei (siamo in New Jersey), poi la sera si rinchiude nella casa-roulotte. Le ossa infragilite, i capelli sempre lunghi e ossigenati, i muscoli pompati. “Sono un vecchio pezzo di carne maciullata. Me lo merito di stare solo, voglio solo che tu non mi odi”, confessa, con la voce del doppiatore Francesco Pannofino, alla figlia che non vuole più vederlo. Corteggia una spogliarellista (Marisa Tomei, sempre più sexy), alla sua maniera, prova pure a lavorare in un supermercato. Ma non può reggere. Infatti, come Rocky, si fa convincere a tornare sul ring, per una sfida che difficilmente vincerà. Forse sopravvalutato, il film di Darren Aronofsky maneggia con abilità un materiale classico da cinema a basso budget: tra periferie desolate, palestre sudate e sussulti di dignità. Sul volo finale di Rourke parte la ballata di Springsteen: e un po’ ci si commuove.

VOTO 7,5

THE WRESTLER
Darren Aronofsky