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Raccontare la vita precaria e il mondo del lavoro è oggi una terra di mezzo per letterati, sociologi e giornalisti. Con un vizio all’origine: un realismo senza verifica e «la variante Hemingway della potenza dello scrivere contro l’impotenza dello sguardo. Lontani i tempi di Volponi e Ottieri, regna Saviano? Meglio il filtro del dubbio dello scrittore Usa: «Chi può pretendere di saper raccontare il tutto?».

Raccontare la realtà, raccontare l’Italia. Dopo almeno un decennio di apatia, di minimalismo letterario e giornalistico, gli ultimi anni sono stati segnati da un deciso ritorno all’inchiesta (narrativa, sociologica, militante) e al reportage letterario, o a quello che più in generale viene definito come racconto della realtà e delle sue pieghe. Diciamo che c’è stata un’inversione di tendenza. (…) Definire cosa siano l’inchiesta o il reportage oggi è molto difficile, perché eterogenei sono gli approcci e i risultati. (…) Esiste una vasta terra di mezzo, all’incrocio tra letteratura, sociologia, storia (storia del passato prossimo e storia del presente che si fa), antropologia, giornalismo (ma potremmo aggiungere anche urbanistica, ecologia, psicologia, medicina…): è possibile praticarla, aggirarsi al suo interno, mescolando i generi, dilatandoli e rivoltandoli, facendoli reagire l’un con l’altro. Non tutti, ovviamente ci riescono. Ma alcuni esempi contemporanei – Kapuscinski, Aleksievic, Langewiesche… – spiegano al meglio, con le loro pagine, con la loro opera, quali livelli possano essere raggiunti.

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