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Walt Kowalski ringhia, letteralmente, indispettito da tutto: della nipote col piercing, dal prete cattolico, dal figlio che guida un Suv giapponese, dai vicini asiatici che sgozzano polli in giardino. È un dinosauro americano rabbioso e razzista, poco conta che abbia lavorato cinquant’anni alla Ford. Dalla sedia a dondolo osserva la bandiera a stelle e strisce che sventola sulle scale, fuma e trangugia ettolitri di birra, rimpiangendo il tepore della vecchia comunità. Racchiuso tra due funerali, “Gran Torino”, di e con Clint Eastwood, è un film a basso costo, personale e classico, minimalista e crepuscolare, girato per il piacere di recitare un’ultima volta. Così, a 78 anni, Clint si cuce addosso questo solitario e forastico operaio che aggiusta tutto ma non sa curare se stesso. Decorato in Corea, custodisce nel baule il fucile Garand e la Colt 45. Pronto a usarli, se serve, contro i vicini della comunità Hmong, che tratta da “musi gialli” coprendoli di insulti inverosimili, politicamente scorretti, quindi divertenti. L’incontro con due di quei adolescenti, l’irrisolto Thao e la più intraprendente Sue, lo costringe a fare i conti con se stesso, a smussare gli angoli di carattere, ad aprirsi a consuetudini diverse, addirittura a prendersi cura di loro, come un nonno protettivo, di fronte alle bravate di una gang asiatica. Dimenticare Callaghan nel finale. Non un capolavoro, ma gran bel film, dove si impone una lucida malinconia senile, specie nella cerimonia degli addii evocata con tocchi sommessi.

VOTO 8,5

GRAN TORINO
Clint Eastwood

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ONE MAN BAND. Gesto di «assenteismo calibrato» alla Quadriennale di Roma. Il «duciampino padovano» in visita nello studio-fabbrica del «monaco» dell’arte contemporanea. Il Futurismo? un «bengala sparato nel cielo della storia». La paura? Diventare «macchiette come Benigni».

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Maurizio Cattelan a Tokyo da Francesco Bonami

Tokyo. Mentre stiamo scrivendo Maurizio Cattelan dovrebbe essere a Roma per ricevere il premio alla carriera assegnatogli dalla 15ma Quadriennale di Roma da una giuria prestigiosa composta da Suzanne Paget direttrice della Fondazione Arnault di Parigi, Vicente Todoli direttore della Tate Modern di Londra e Gerard Matt direttore della Kunsthalle di Vienna. Ma anche questa volta l’artista italiano più famoso e birichino del mondo non deluderà i suoi appassionati, le sue giovani fans e chi lo vuole sempre sulle cronache dei giornali ora rosa ora nere ora dorate. Infatti il sottoscritto può testimoniare di avere fatto colazione con lui nientepopodimeno che a Tokyo dove Cattelan è in vista di una sua futura mostra in un grande museo della città nel 2011 e per una serie di conferenze nel sud del paese. Non solo ieri (vedi foto) è stato lo stesso artista a consegnare il suo premio ad una coppia di giovani giapponesi, un fungo gonfiabile trafugato o preso in prestito dipende dai punti di vista da un negozio di telefoni cellulari del quartiere di Shibuya.

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THE WRESTLER

THE WRESTLER

Troppo teatrale? Il rilievo è inconsistente. E allora “La parola ai giurati”? “Due partite” nasce come una pièce teatrale, nell’ereditarla dall’autrice Cristina Comencini, Enzo Monteleone ne rispetta la scansione in due tempi, la ricchezza dialettica, senza “farle prendere aria”, come si dice in gergo. Funziona? Dipende dallo sguardo del pubblico femminile sopra i 30, al quale il film si rivolge. Al quartetto originario formato da Margherita Buy, Isabella Ferrari, Marina Massironi e Valeria Milillo, prima nel ruolo di madri e figlie, si aggiungono Paola Cortellesi, Carolina Crescentini, Claudia Pandolfi e Alba Rohrwacher (con qualche minima variazione). Riflessione a tratti ulcerata, pure spassosa, sulla natura quasi primitiva della maternità, “Due partite” procede tra fitte e contrazioni, isterismi e frustrazioni, citazioni dalla Ginzburg e da Rilke. Al suono di “Se telefonando”, quattro madri borghesi si ritrovano ogni giovedì in un tinello tirato a lucido per giocare svogliatamente a carte e misurarsi con le crepe dei rispettivi matrimoni. Casalinghe già disperate, è il 1966, murate vive in una condizione di soffocante agiatezza: nessuna lavora. Tre decenni dopo le figlie, ben inserite nel mondo delle professioni, si ritrovano per un funerale. Squillano i cellulari, muta il lessico, ma in fondo gli argomenti sono gli stessi: solo che ora tutte desiderano un figlio…Monteleone applica stili fotografici (e di ripresa) diversi ai due tempi, giocando su arredi e acconciature: più riuscito il secondo.

VOTO 6,5

DUE PARTITE
Enzo Monteleone

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Thomas Ruff

Superflat, superpiatto o super piatta, dipende. Di cosa stiamo parlando? Un orologio, un cellulare? Una donna con poco seno? No. “Superflat” è un termine inventato dal guru, artista, impresario giapponese Takashi Murakami.
Superflat descrive la civiltà giapponese, la sua arte, antica e contemporanea, fatta di piani e di atmosfere, non di prospettive e profondità. Superflat è una società dove arte colta e arte popolare si mischiano e si confondono, anzi non vengono nemmeno divise. Murakami ha inventato una fiaba dove non ci sono più regole, né buoni né cattivi, dove alto e basso non significano nulla, dove tutto viaggia alla stessa velocità, come dentro la superficie piatta di uno schermo sciogliendosi nell’universo inafferrabile di internet.
Il parco giochi di Murakami è un giardino delle delizie di Bosch, dove erotismo e innocenza si divorano a vicenda. Come nella religione scintoista anche nell’arte di Murakami le divinità sono tante e tutte vogliono divertirsi. Bosch aveva paura di Dio, Murakami, come noi, di tutto e di nulla.

VOTO 8

TAKASHI MURAKAMI
©Murakami
Guggenheim, Bilbao
fino al 31 maggio 2009

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Questa storia del papa che dice che laggiù in Africa non devono usare il preservativo, perché è cosa sessualmente brutta e moralmente ingiusta, mi trova molto preparata. Nel senso che, almeno ai miei occhi di donna alogena della post-modernità, in questo caso c’è poco da ridere e perfino poco da incazzarsi. C’è, semmai, da montare sul suv e raggiungere a perdifiato la parrocchia dove a suo tempo i tuoi parenti ti battezzarono. Poi, una volta lì, farsi consegnare il registro dove il prete segnò l’atto, e scartavetrare via ogni traccia dell’avvenuto battesimo con le tue stesse mani.

Ma cominciamo dalle grandi domande, dall’assoluto: esiste il paradiso?

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ANNIVERSARIO. Compie 40 anni la più controversa unione della storia della musica. Usurpatrice per molti, «orrenda» per Starr, la Ono fu parafulmine della crisi dei Beatles e «madre» per John. Che onora ogni anno accendendo una candela.

Sono passati esattamente quarant’anni dal 20 marzo del 1969. A Gibilterra, si corona l’unione di John Winston Lennon e Yoko Ono: non un semplice matrimonio, ma un happening imperniato sullo slogan pace & amore, che verrà replicato per giorni all’Hotel Hilton di Amsterdam, con una serie di interviste collettive, i famosi bed-in, e il lancio dell’inno Give Peace A Chance. I due sposi si sono conosciuti a Londra, tre anni prima, all’Indica Gallery. All’epoca lei è già trentatreenne, maritata due volte e con una figlia; Lennon, invece, ha ventisei anni, una moglie, Cynthia, e un figlio, Julian. Lei espone le sue opere performative. Lui, uno dei quattro Beatles «più famosi di Gesù Cristo», tenta di irriderla, ma, per dirla con le sue stesse parole, ne rimane «totalmente stregato». Installazioni in movimento, come nella scia artistico-concettuale del gruppo Fluxus, a cui questa alto-borghese di Tokyo appartiene fin dall’inizio: fra le altre, una scala che “dice sì”, grazie a uno straniante gioco di riflessi. L’aneddotica vuole che sia stata proprio questa scala a invaghire John. Ci vorranno un paio d’anni, poi, per definire uno dei legami più dibattuti della storia del pop.

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Domani su Ombra, la domenica del Riformista

Giancarlo Siani, milite ignoto anticamorra di Fabrizio D’Esposito

Ritratto di Cass Sunstein di Mario Ricciardi

La fedeltà intatta di Yoko Ono di John Vignola

Un’ossessione chiamata corpo maschile di Walter Siti

Che il vizio sia almeno capitale di Filippo La Porta

e  le rubriche

Fulvia La Riformata di Fulvio Abbate

La Zona Cieca di Chiara Gamberale

Le strisce di Stefano Disegni

Una voce per Giulietta Masina. La «butta» la Treccani con il suo monumentale Dizionario Biografico degli Italiani. Già, la Masina. Personaggio la cui notorietà sembra presa in prestito, subito blindata dal doppio legame con Federico Fellini. Che infatti immaginando sua moglie in scena la nascose dentro una figurina esile, da fumetto, quale doveva apparirgli fin da subito: era piccola, delicata, onirica, per niente sexy. Però sapeva anche avere una fisionomia presente, determinata, attenta. E così spesso Fellini la restituì al pubblico: dignitosa, a testa alta, ostinata. Ma non bastava per imporsi nell’immaginario dell’epoca, che necessitava del trampolino di un fisico maggiorato. Così mantenne sempre lo status di «creatura», affettuosa e ironica. Unica ribellione uno spirito polemico, non remissivo, nel sostenere i personaggi: graziosa sì, ma a dir poco vivace. Per Fellini aveva cambiato anche il nome, assecondando la mania del regista per i diminutivi. Forse non è un azzardo sostenere che la Masina sia stata la creatura meno amata del circo onirico di Fellini, perché se si avvertiva in lei il rigore al di là del capriccio del marito, la sua figurina in apparenza non lo faceva intuire.

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Missioni. 31 anni, un costume e una identità segreta. Non vola ma pattuglia la città mentre «il crimine oggi scavalca la pena». Le sue armi? «Autodifesa e segnalazioni anonime alla polizia». Si ispira ai comics e al messicano Barrio Gomez. Saviano? «Senza maschera, come Obama». Caso rifiuti? «Mancano ancora i colpevoli».

Ronde sì, ma «è pronto un provvedimento che stabilisce norme severe, con un albo, sull’esempio dei City Angels», parola del ministro dell’Interno Roberto Maroni. Ronde o presidi che già esistono: «da anni ci sono iniziative su base volontaria non controllate da nessuno». Anche in Emilia Romagna sostiene il ministro. E comunque i «Rambo non saranno ammessi». Rambo no, ma un supereroe? Perché a quanto pare i super eroi esistono, anche da noi.
Ne abbiamo incontrato uno. Il suo nome è Entomo, vive a Napoli. Non è uno scherzo. Entomo è reale. Per la precisione un Real Life Superhero. 31 anni, un segreto «custodito da una ventina di persone», una identità precaria «con i mass media nulla resta segreto per sempre, sono preparato all’eventualità di svelarla, ma non ora». Un fisico normale, vestito con un costume verde chiaro, le maniche scure, nessun mantello, pantaloni neri con stivali marroni, un cappuccio nero e verde. Sul davanti un disegno: « È un segno grafico a metà strada tra un sigma ed una clessidra. Simboleggia l’unione e la comunione al di fuori del tempo spezzato. Anche se la Terra è allo stremo delle sue forze, e siamo fuori tempo massimo, possiamo venirne fuori e ritrovare lo splendore. All’ultimo secondo. Questo è il marchio dell’Uomo-Insetto».

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Ombra, la domenica del Riformista

Super Entomo, l’eroe di Napoli e le sue ronde (di Stefano Ciavatta)

I nuovi equilibri del Secondo Mondo (di Stefano Feltri)

Joe Petrosino, Serpico d’Italia ucciso dalla Mano Nera (di Alberto Tristano)

16 marzo 1959, la Dolce Vita batte il ciak (di Andrea Minuz)

U2 e IRA ( d Antonello Guerrera)

Fulvia La Riformata di Fulvio Abbate

La Zona Cieca di Chiara Gamberale

Le strisce di Stefano Disegni