Lacerante come un colpo d’artiglio di una belva ferita è l’ultimo libro di Corrado Stajano, La città degli untori (Garzanti, euro 16,60) dedicato, come molte altre sue fatiche, alla città di Milano anche se, com’è ovvio, le vicende locali tendono a espandersi, a contagiare attraverso l’umus malsano di cui si nutre anche l’intera nazione che al capoluogo lombardo fa riferimento. Diviso in sei capitoli – i primi quattro dedicati all’omicidio del giudice Galli, alla strage di piazza Fontana, al processo agli untori e alla Resistenza milanese, in un ordine dettato forse dal caso, forse da una precisa strategia che accosta i casi fondanti la nostra Repubblica, nata dalla Resistenza, ai due ultimi capitoli legati a vicende più vicine a noi: lo smantellamento delle fabbriche e del tessuto sociale che a esse faceva riferimento (e che era anche tessuto connettivo della metropoli) e gli sbuffi di cipria, le superficiali pennellate di belletto che le ultime amministrazioni comunali hanno regalato alla città, come se la cosmesi d’infima qualità dietro cui nasconde magagne e rughe possa infine giovarle.

Libro amaro, senile, disperante, ma rigoroso e feroce, fondato sul sentimento dell’etica ma anche del buon senso che la città sembra aver smarrito o che appare, in tutti i casi citati, sommerso dal Male, dal Terrore, dal Feroce e persino dall’orribile Banale al quale stiamo cedendo in un sonno della Ragione che Stajano ha il merito d’interrompere con un’impressionante boato nel cuore della notte.
Perché non c’è dubbio che questa che si descrive è notte. Notte che ha attraversato la città nei secoli. Dalla follia dei terroristi di Prima linea – ma com’è stato possibile dar credito d’una pur qualsiasi ideologia a quei farneticanti volantini? – a quella dell’aberrante processo agli untori dove l’Irragionevole è questa volta attecchito nelle istituzioni – si vada, accompagnati dalle pagine di Stajano, in cupo pellegrinaggio al Museo del Castello dov’è conservata la stele che pomposamente celebrava l’iniquissimo processo. L’Irragionevole o piuttosto il Diabolico sembra aver contagiato anche la vicenda di Piazza Fontana, mentre il dato fondante le inquità della Banda Koch sembra appartenere al dominio della Brutalità e dell’Ignoranza.

Stajano passeggia per le vie della città, alza lo sguardo per leggere lapidi commemorative, entra in caffè un tempo ritrovo di terroristi, sbircia dietro le cancellate nei giardini di villette liberty testimoni di inenarrabili scene d’orrore e trae lo spunto per disegnare fulminanti racconti morali che celebrano la persistenza del ricordo ma tuttavia non sembra in alcun modo meno critico con la città d’oggi, teatro indifferente di una restaurazione strisciante, complice l’impoverimento della memoria sottilmente attuato e favorito in questi ultimi anni.
Rappresentate di un giornalismo d’inchiesta e di opinione d’altri tempi, Stajano ci ha regalato un libro d’altissima letteratura, straziante e coinvolgente. Stravolgendo la struttura del racconto, lavora sull’inaspettato, sulle associazioni di pensiero, sull’occasionale ma, con una sapienza narrativa ammirevole, tira le fila di un progetto unitario che, a lettura finita, pone domande al lettore e suscita quel sano sentimento d’indignazione che la letteratura ha dimenticato di dover ricercare.

Una delle ultime immagini del libro è quella dei delegati all’Expo che pochi anni fa giravano per la città in pulmino. Scortati da motociclisti col fischietto, attraversavano vie rese scorrevoli da temporanei divieti di sosta. Li incrociai anch’io, a via Verdi, mentre osservavano perplessi la città fantasma che attraversavano. Le faccine rivolte in alto, al cubo biancastro che sovrasta il palcoscenico della Scala, sfrecciarono via come turisti inclusive tour, più stupiti che ammirati. Dovevano dare un parere favorevole e lo diedero, basandosi su un’immagine inesistente che, alla lunga, dice Stajano e conferma chi abita con senso critico questa città, finirà per coincidere con l’inesistenza stessa nostra e di Milano. Così, in cambio dell’inganno, ci aspetta negli anni a venire anche il baraccone dell’Expo.

A lettura terminata, parlo con l’autore, ma non è un’intervista, per mia imperizia e per la materia debordante del libro che non si lascia incanalare in semplici domande e risposte. Gli argomenti si accavallano anche se domina il colloquio l’ombra di un’occasione mancata e che forse non si ripresenterà. Svanite la borghesia milanese, la classe operaia, la solidarietà di matrice cattolica e sociale. Svanito l’accordo tra borghesia e classe operaia, apparentemente opposte e che invece collaboravano a un unico progetto che si è realizzato nel grande momento della ricostruzione del dopoguerra che non fu soltanto una ricostruzione fisica degli edifici bombardati. E che ritornò a far sentire la sua forza all’epoca delle stragi.

Stajano ricorda la reazione dolorosa e contenuta alla bomba di piazza Fontana, i funerali in duomo, la città a lutto, gli operai che spontaneamente fecero servizio d’ordine. E ricorda che in quelle circostanze anche l’amministrazione di centro sinistra contribuì non poco a dare della città un’immagine solida, immune dal contagio degli untori che sembrano oggi tornati per riappropiarsi delle occasioni che pure, a volte, a cercarle tra le pieghe della storia e tra le nebbie della memoria che si vorrebbe cancellare, la città, per quel che ha dato in passato, potrebbe ancora essere capace di regalare e come il libro, vox clamantis in gurgite vasto, disperatamente ammonisce.