«La televisione non è il posto giusto per argomentare bene, sono contento di poterlo fare qui» inizia con un autogol lo scontro Baricco-Scalfari andato in scena ieri non a caso, all’interno di «un teatro privato che più privato non si può», il Teatro Eliseo di Roma diretto dal giustamente orgoglioso Monaci che coordina l’incontro. Il tema è infatti lo stesso sollevato dagli articoli dello scrittore apparsi su Repubblica e supportati da chi quel giornale ha fondato più di vent’anni fa: i finanziamenti pubblici alla cultura, finanziamenti che Baricco preferirebbe fossero indirizzati alla scuola e alla televisione a sua detta vera formatrice di pubblico, la stessa dove però non si può argomentare di temi come questi «perché il tempo è poco». Articoli che hanno sollevato una vera insurrezione nel mondo della cultura e, in particolare del teatro, reo secondo l’autore di Seta di essere dominato da un «sistema bulgaro» che determina «una temperatura culturale bassa».

«Un sistema in crisi non perché non ha soldi ma perché non funziona» come ha ribadito ieri. Ma l’Eliseo, come ricorda Scalfari, è anche il luogo che ospitò le prime riunioni del Mondo giornale storico per «l’elite politica che però non vendeva più di 15.000 copie» niente a che vedere con la televisione la cui informazione «è sicuramente meno importante di quella della carta stampata». Insomma quello del giornalista è un sostegno al «70 per cento alle opinioni di Baricco con una riserva del 30 per cento», una piccola percentuale che però contiene un mondo. Per l’esattezza il mondo della cultura. Che succede infatti se si affida completamente il teatro al mercato tralasciando quel patrimonio di testi che non attirano la massa e pertanto non riescono a circolare? Gli stessi testi che, ricorda Scalfari «Strehler e Paolo Grassi mettevano in scena al Piccolo di Milano nei primi anni con poche centinaia di spettatori?».

Il riferimento è a Brecht e la preoccupazione riguarda quella «minoranza che ha diritto che gli sia fornita una certa cultura che il privato non fornisce perché magari non ci guadagna», e poi arriva la stoccata «come Mozart, quando lo si fa bisogna farlo fino in fondo, sono inutili tutte quelle riduzioni per renderlo accessibile al grande pubblico» e il riferimento, palese, è alle opere teatrali dello scrittore che scompone e ricompone, a piacimento opere monumentali da Omero a Moby Dick. Insomma a poco a poco Scalfari smonta tutte le tesi dello scrittore: inutile portare l’esempio del cinema che supportato da finanziamenti pubblici vivrebbe però di vita propria, «il cinema esiste da sessant’anni. Il teatro di prosa e lirico hanno secoli alle spalle». A questo punto lo scontro diventa non più tra tv e teatro, musica contemporanea e classica, ma tra La matassa di Ficarra e Picone, film con grandi incassi al botteghino, e il raffinato Gran Torino firmato Clint Eastwood che sicuramente di incassi ne fa molti meno, del resto «Io sull’intelligenza di massa non sono scettico ma non può avvenire tutta insieme».

Ma il vero mostro sono gli enti pubblici e a questo punto interviene l’Autorità garante della concorrenza e del mercato nella persona di Antonio Pilati che parla di «competizione alla pari», «distorsione delle regole del mercato», di direttive europee. Al primo posto Roma con aiuti troppo mirati «tante produzioni che hanno cospicui finanziamenti non rientrano propriamente nella categoria del patrimonio culturale».

Un problema di ridistribuzione del reddito e della ricchezza certamente, come sottolineato dallo stesso Baricco, ma a pagarne le conseguenze sono le tante realtà indipendenti che vivono di scarsissimi finanziamenti pubblici e che di sponsor privati non vedono neanche l’ombra, quelle stesse realtà che sabato scorso si sono riunite al cinema Farnese di Roma per dialogare con i rappresentati degli enti locali cui chiedono di garantirgli la sopravvivenza perché «è un po’ complicato trovare un finanziamento privato per un laboratorio di danza contemporanea a Velletri» come ha sottolineato un’operatrice culturale. Operazioni rese praticamente impossibili dai troppi tagli alla cultura come gli 831mila euro tagliati ieri in consiglio comunale che avrebbero dovuto essere destinati all’apertura di un teatro cavea a Corviale, progetto sbandierato dall’assessore Croppi proprio durante l’incontro di sabato. Come ha sottolineato Scalfari «bisogna aspettare secoli perché chi legge i fumetti passi a Shakespeare. Tu non vuoi aspettare che passino i secoli, ma sei costretto». Tutta una questione di tempi.