ONE MAN BAND. Gesto di «assenteismo calibrato» alla Quadriennale di Roma. Il «duciampino padovano» in visita nello studio-fabbrica del «monaco» dell’arte contemporanea. Il Futurismo? un «bengala sparato nel cielo della storia». La paura? Diventare «macchiette come Benigni».

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Maurizio Cattelan a Tokyo da Francesco Bonami

Tokyo. Mentre stiamo scrivendo Maurizio Cattelan dovrebbe essere a Roma per ricevere il premio alla carriera assegnatogli dalla 15ma Quadriennale di Roma da una giuria prestigiosa composta da Suzanne Paget direttrice della Fondazione Arnault di Parigi, Vicente Todoli direttore della Tate Modern di Londra e Gerard Matt direttore della Kunsthalle di Vienna. Ma anche questa volta l’artista italiano più famoso e birichino del mondo non deluderà i suoi appassionati, le sue giovani fans e chi lo vuole sempre sulle cronache dei giornali ora rosa ora nere ora dorate. Infatti il sottoscritto può testimoniare di avere fatto colazione con lui nientepopodimeno che a Tokyo dove Cattelan è in vista di una sua futura mostra in un grande museo della città nel 2011 e per una serie di conferenze nel sud del paese. Non solo ieri (vedi foto) è stato lo stesso artista a consegnare il suo premio ad una coppia di giovani giapponesi, un fungo gonfiabile trafugato o preso in prestito dipende dai punti di vista da un negozio di telefoni cellulari del quartiere di Shibuya.


Il suo di premio andrà a ritirarlo al suo posto il cantante Elio e Le storie Tese personaggio conosciuto durante le frenquentazioni sentimentali e televisive degli ultimi anni. Nonostante la crisi del sistema dell’arte questo artista non sembra sentire la necessità di cambiare strategia convinto che proprio in una crisi è necessario tirar fuori le idee migliori perché nessuno concederà in un momento come questo nessun vantaggio. Non certo i collezionisti, né i direttori di museo, né i curatori e nemmeno i galleristi. Pur essendo abbastanza presenzialista Cattelan non ha abbandonato l’assenteismo calibrato come nel caso del premio romano che seguendo la famosa teoria di Nanni Moretti lo fa notare di più che se andasse e stesse zitto.

Qui a Tokyo il Pierino dell’arte si è incontrato con un’altro guru dell’arte popolare post Warhol, Takashi Murakami una sorta di monaco dell’arte contemporanea che ha messo in piedi uno studio- convento- fabbrica- agenzia di marketing dove lavorano concentratissime quasi settanta persone. Secondo Cattelan l’artista giapponese ha qualcosa in comune con lui e non è detto che i due non collaborino ad una mostra in un prossimo futuro mettendo a confronto l’arte superpiatta nipponica con quella super paracula del nostro duciampino padovano. Mi sono fatto spiegare dove stesse questa similitudine. Soba contro spaghetti , samurai contro cowboy ecco la sfida. Ma più seriamente i punti d’incontro fra due si trovano nell’uso di linguaggi e immagini esistenti rielaborate in idee nuove e sorprendenti. L’arte di oggi, mi spiega Cattelan, è come la letteratura o il cinema, usa linguaggi esistenti per raccontare sempre nuove storie con personaggi diversi.

Coma la lingua di un romanzo l’abilità anche nell’arte sta nel raccontare il mondo in modo diverso ma pur sempre immediato. Nonostante questo fra Cattelan e Murakami corrono anni luce nel modo di affrontare il sistema dell’arte. Il giapponese punta alla produzione di massa parallelamente a quadri unici e sculture, l’italiano invece è un one man band, un solista che si avvale di molti contribuiti ma sempre libero da qualsiasi forma di merce all’ingrosso. Non vede il motivo, forse guadagnando già parecchio, di doversi far carico di una catena di montaggio artistica come invece fanno i suoi colleghi, Koons, Hirst e appunto Murakami. Nonostante abbia dichiarato o fatto dichiare a qualcun’altro il contrario, l’artista italiano considera il Futurismo sovravvalutato, un bengala sparato nel cielo della storia. La sua forza è quella di rimanere sempre nel dubbio di fare la stessa fine, ovvero diventare una curiosità, un piolo e non una colonna della storia dell’arte.

Suo grosso timore è anche quello del benignismo o il totoismo, trasformarsi in una maschera del teatro dell’arte italiana. Nonostante questa paura il suo rapporto con l’interlocutore straniero è sempre sul filo del rasoio di mutarsi in macchietta affogando nel vizio dell’intraducibilità italiota. A Tokyo anche per strada la sua presenza non passa inosservata. Se gli chiediamo il perché non sia andato a Roma si schernisce dicendo che ha sbagliato mese. Pensava che la premiazione fosse ad Aprile. Finge talmente bene che è difficile smascherare la sua anima di calcolatore. Ci troviamo davanti a qualcuno tutt’altro che futurista ma sicuramente presentissimo a se stesso e al mondo che lo circonda. Il premio romano è, presente o assente che l’artista sia, strameritato. A un Cattelan domato non si guarda in bocca.