ANNIVERSARIO. Compie 40 anni la più controversa unione della storia della musica. Usurpatrice per molti, «orrenda» per Starr, la Ono fu parafulmine della crisi dei Beatles e «madre» per John. Che onora ogni anno accendendo una candela.

Sono passati esattamente quarant’anni dal 20 marzo del 1969. A Gibilterra, si corona l’unione di John Winston Lennon e Yoko Ono: non un semplice matrimonio, ma un happening imperniato sullo slogan pace & amore, che verrà replicato per giorni all’Hotel Hilton di Amsterdam, con una serie di interviste collettive, i famosi bed-in, e il lancio dell’inno Give Peace A Chance. I due sposi si sono conosciuti a Londra, tre anni prima, all’Indica Gallery. All’epoca lei è già trentatreenne, maritata due volte e con una figlia; Lennon, invece, ha ventisei anni, una moglie, Cynthia, e un figlio, Julian. Lei espone le sue opere performative. Lui, uno dei quattro Beatles «più famosi di Gesù Cristo», tenta di irriderla, ma, per dirla con le sue stesse parole, ne rimane «totalmente stregato». Installazioni in movimento, come nella scia artistico-concettuale del gruppo Fluxus, a cui questa alto-borghese di Tokyo appartiene fin dall’inizio: fra le altre, una scala che “dice sì”, grazie a uno straniante gioco di riflessi. L’aneddotica vuole che sia stata proprio questa scala a invaghire John. Ci vorranno un paio d’anni, poi, per definire uno dei legami più dibattuti della storia del pop.

Nel frattempo, si è scatenata una bufera fra i diversi spiriti della band di Liverpool. Il manifesto psichedelico di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (agosto 1967) ha avviato un processo a catena, magari inconsapevole, che porterà però alla perdita dell’innocenza non solo dei Beatles, ma di tutto un movimento. John è da sempre più irrequieto e irriverente degli altri: ha già pubblicato un paio di libriccini, partecipa come attore a un film di Richard Lester (Come ho vinto la guerra, 1967) e il legame con Yoko gli dà lo spunto per nuove avventure, ancora più stranianti: dischi di rumori e sperimentazioni, spesso velleitari (Unifinished Music N.1 – Two Virgins, Unfinished Music N.2 – Life With Lions e il mitico The Wedding Album, con assaggio virtuale della torta nuziale), intervallati con le produzioni maggiori dei Fab Four.

Insomma, l’odio che la giapponese si è attirata nel corso del tempo ne testimonia paradossalmente la rilevanza nella crescita personale di Lennon: uno che la chiamava mamma, e che dalla mamma vera era stato parecchio trascurato. Difficile sminuirne il ruolo: Yoko Ono è stata colei che è riuscita, in qualche modo, a spingere John fuori dal recinto, abbastanza confortevole, di un meccanismo dorato ma sempre più asfittico, chiamato Beatles. Videomaker, scultrice, performer, cantante (come minimo dissonante), musicista, ha spiegato all’indole eternamente insicura del compagno che era il momento di osare. È pure grazie a lei, se esistono capolavori del calibro di Imagine, Working Class Hero o Instant Karma.

Una figura rigeneratrice, quindi, a cui si farà riferimento continuo nelle ultime canzoni dei Beatles. Per esempio, è lei la Mother Superior di Happiness Is A Warm Gun, o, in Julia, la bambina dell’Oceano, traduzione letterale del suo nome giapponese). Un personaggio che finirà per mettere progressivamente in evidenza le contraddizioni interne alla formazione di Liverpool. Contraddizioni lampanti nel cosiddetto Album Bianco, il doppio vinile uscito a ottobre del 1968: lì ciascuno, perfino Ringo, agisce in perfetta solitudine, in una specie di copia & incolla creativo. Così, durante la sua lavorazione, esplodono i primi veri contrasti: «Ogni tanto Yoko si avvicinava ai microfoni e cominciava a cantare: uno strazio. In una occasione la lasciammo completamente sola, e pure John le urlò di finirla» (Paul).

Il ruolo di usurpatrice di uno spazio, in cui prima c’erano solo quattro maschietti a giocare, non le verrà mai perdonato da molti dei beatlesiani più accaniti. Facile parafulmine per una crisi ben più grave e complessa, la «donna più brutta che una rockstar potesse avere» (sono parole di Ringo) dovrà scontare l’idolatria dell’innamorato con l’astio feroce degli altri tre. Il resto della storia della band, dopo il White Album, sarà un litigio continuo, più o meno celato al grande pubblico, fino al commiato rapsodico dei quasi contemporanei Abbey Road (1969) e Let It Be.

Comunque, in quel marzo di quarant’anni fa, in pieno clima di attivismo e pacifismo, la coppia Ono-Lennon sta per inziare un sodalizio fatto di canzoni e Lp di tutto rispetto: una fase di politicizzazione in crescendo, che parte con Live Peace In Toronto, del 1969, e arriva all’apice con il doppio Sometimes in New York City (1972), un’opera oggi ancora emozionante, con un disco intero speso a improvvisare con le Mothers Of Invention zappiane.
«Quando ho incontrato John e ci siamo messi a fare cose assieme, a cominciare dai bed-in, mi chiese esplicitamente di smettere di lavorare con i vecchi compagni. Pensai “Va bene, come artista sarò finita”, e così fu. Ero molto romantica, all’epoca, e accettai la situazione senza nessun tipo di rimpianto. Impegnarsi nello scrivere canzoni, una cosa che non avevo mai fatto, era eccitante. Dopo la morte di John, pensavo di essere morta anch’io. Allora, ho cominciato a concentrarmi su quello che aveva lasciato, e tutti hanno detto che lo stavo usando, pure da morto. Sono andata avanti lo stesso. Adesso, dopo molto tempo, c’è chi ha riscoperto i miei lavori: mi hanno addirittura dato una laurea ad honorem. Tutto torna, alla fine: non bisogna spaventarsi di fare ciò che si crede giusto, in nessun caso».

Una missione, insomma, non priva di spine. Dopo i grandi slanci, Lennon getterà via dalla finestra tutto, sia il candore di Imagine, sia la storia con Yoko: saranno i cosiddetti Lost Weekends, fatti di bevute e di una nuova, fugace compagna, Mary Peng, una “segretaria” scelta dalla stessa Ono, di incredibili atti d’ira, di amici più e meno raccomandabili, della dipendenza da eroina, delle difficoltà per il visto americano. Diciotto mesi di separazione e poi il ritorno a casa, nel 1975, con la nascita di Sean e la scelta di ritirarsi dalle scene, per cinque lunghi anni. Al rientro, ci saranno subito ad attenderlo i colpi di pistola di Michael Chapman, l’8 dicembre 1980, sotto il Dakota Building di New York. Rimarranno i suoni di una rinascita, spezzata: quelli di Double Fantasy. Un disco a metà fra i due e che, oggi, suona quasi più convincente nei pezzi ideati e cantati da Yoko.

Con il tempo, lei arriverà a riappacificarsi con il grande nemico, Paul. Insieme vareranno il progetto Anthology (1995), lungo film di memorie e tre doppi dischi di materiale inedito e scarti di studio: da allora, ogni tanto salteranno fuori dal cassetto registrazioni mai sentite, progetti nuovi (per esempio, il Let It Be Naked, di sei anni fa, oppure la pianificazione, prevista per quest’anno, di una ripubblicazione ad alta definizione dell’intero corpus beatlesiano) e inevitabili affari, per entrambi.

Yoko celebra il compleanno di John, ogni 25 ottobre, accendendo una candela. Ha raggiunto una discreta sobrietà. Molti di coloro che la disprezzavano, oggi la stimano. La fedeltà giurata quattro decenni fa sembra, in qualche modo, ancora intatta. E fruttuosa. Ma su questo, l’ultima parola spetta a Miss Lennon: «chi pensa che io mi sia messa con John per arricchirmi è pazzo. Io sono nata ricca».