Questa storia del papa che dice che laggiù in Africa non devono usare il preservativo, perché è cosa sessualmente brutta e moralmente ingiusta, mi trova molto preparata. Nel senso che, almeno ai miei occhi di donna alogena della post-modernità, in questo caso c’è poco da ridere e perfino poco da incazzarsi. C’è, semmai, da montare sul suv e raggiungere a perdifiato la parrocchia dove a suo tempo i tuoi parenti ti battezzarono. Poi, una volta lì, farsi consegnare il registro dove il prete segnò l’atto, e scartavetrare via ogni traccia dell’avvenuto battesimo con le tue stesse mani.

Ma cominciamo dalle grandi domande, dall’assoluto: esiste il paradiso?

Dice un mio amico che, se davvero dovesse esistere, perché mai i bravi cattolici quando sentono arrivare la fine non prendono a cantare e danzare contenti? Nel senso che se tu stai per passare “a miglior vita”, come usa dire, dovresti essere davvero euforico, dovresti ballare per lo meno come certi gruppi folkloristici irpini, tipo che in quei momenti i reparti di rianimazione dovrebbero assomigliare alla discoteca “Cocoricò” della Riviera romagnola anni Ottanta o anche al romano “Jackie ’O”, no? Il vero cattolico, sentendosi spacciato, dovrebbe insomma saltare di gioia sulla barella, agitarsi di soddisfazione al pensiero semplice di passare a una categoria superiore d’esistenza, al sei stelle dell’aldilà, sarebbe davvero il minimo. Invece è così che accade, pure al cattolico, al vero credente gli viene un muso lungo così al semplice pensiero della morte o perfino della naturale malattia, no, dimmi pure sbaglio?

Questa storia del papa che non vuole il preservativo per l’Africa mi fa pensare infatti che ci sia dietro un fondo di cattiveria, di ostinazione, di spietatezza nella chiesa titolare di tanta spietatezza. Ora io lo so che la chiesa non ha cuore ma soltanto amor proprio in nome della sua missione superiore, però se metto insieme tutte le cose che sono successe da quando c’è questo papa tedesco che viene dalla Congregazione per la dottrina della fede, cioè, dal Sant’Uffizio, cioè dall’Inquisizione, se metto insieme i tradizionalisti lefebvriani che pretendono la messa in latino, dunque per un circoletto ristretto, il vescovo, sempre di quella covata, che dice che non c’è stata la Shoah, se penso a certi altri discorsi che puntano tutto sull’idea della chiesa che sguaina nuovamente il gran cordone chiodato delle punizioni severe ed esemplari, bene, se penso tutte queste brutte cose mi torna in mente che poco più di settant’anni fa i preti benedivano i gagliardetti dei fascisti e le stesse armi dirette a combattere i “rossi”, metti, nella Spagna repubblicana, penso tutte queste cose e mi si risveglia il sentimento delle “mujeres libres”, che proprio nella Spagna in rivolta di allora dissero chiaro e tondo ai preti di girare alla larga, visto che la dignità non è negoziabile, visto che la gioia è un diritto e dunque i “cuervos negros” è bene che si diano una bella regolata.

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