Una voce per Giulietta Masina. La «butta» la Treccani con il suo monumentale Dizionario Biografico degli Italiani. Già, la Masina. Personaggio la cui notorietà sembra presa in prestito, subito blindata dal doppio legame con Federico Fellini. Che infatti immaginando sua moglie in scena la nascose dentro una figurina esile, da fumetto, quale doveva apparirgli fin da subito: era piccola, delicata, onirica, per niente sexy. Però sapeva anche avere una fisionomia presente, determinata, attenta. E così spesso Fellini la restituì al pubblico: dignitosa, a testa alta, ostinata. Ma non bastava per imporsi nell’immaginario dell’epoca, che necessitava del trampolino di un fisico maggiorato. Così mantenne sempre lo status di «creatura», affettuosa e ironica. Unica ribellione uno spirito polemico, non remissivo, nel sostenere i personaggi: graziosa sì, ma a dir poco vivace. Per Fellini aveva cambiato anche il nome, assecondando la mania del regista per i diminutivi. Forse non è un azzardo sostenere che la Masina sia stata la creatura meno amata del circo onirico di Fellini, perché se si avvertiva in lei il rigore al di là del capriccio del marito, la sua figurina in apparenza non lo faceva intuire.

Per una volta, una scheda ufficiale – redatta da Alessandra Cimmino – anziché fare un torto a una carriera, come accade quando di una biografia si fa mero resoconto, ridisegna la silenziosa tolleranza del pubblico verso una delle nostre attrici più versatili: una sopportazione che ha finito per trasformarsi in una antipatia superficiale, come se in fondo, alla Masina, non le si volesse chiedere altro dalla maschera felliniana.

«Grande professionista, di quasi maniacale perfezionismo, non possedeva la facilità degli attori istintivamente versatili di arrendersi al ruolo. quasi mai vi aderiva fino in fondo, partorendo spesso una recitazione leggermente estraniata che dava una coloritura surreale anche al più concreto dei personaggi, quindi potenzialmente inadatta alla deriva neorealista degli anni del suo debutto». Debutto che era avvenuto come comparsa addirittura in Paisà, poi come attrice con Lattuada in Senza pietà: Fellini aveva 28 anni, la Masina 27 ed erano sposati da cinque. Poi venne Luci del varietà. Laureata in lettere, era stata attrice di prosa nella compagnia del Guf di Roma e alla radio.

Protetta dal caos di 8 1/2 e La Dolce Vita, fu invece la protagonista de La strada dove impersonò Gelsomina, il clown femminile vittima del bruto Zampanò. E Le notti di Cabiria, dove riscattò il ruolo della della prostituta buffa e patetica di Senza Pietà  con un nuovo spirito combattivo. Entrambi i film valsero a Fellini l’Oscar. A parte due episodi come Fortunella di Eduardo e Nella città l’inferno di Castellani, dove divide una cella con la furia impetuosa di Anna Magnani, con gli anni non trovò mai nessuno che la togliesse per davvero dal guscio felliniano: «Si trovò confinata in ruoli ripetitiva di caratterista e raramente vide posto in evidenza e sfruttato fino in fondo il suo indubbio potenziale artistico».