Ricordo. Oltre gli hard boiled, tradusse Miller e “Ultima fermata, Brooklyn”. Giramondo in fuga da Napoli, erede di Scerbanenco, esordì a 50 anni con «il più bel giallo italiano» parola di del Buono. Morì dieci anni fa. Per Carlotto «un maestro».

Di certo fu il primo e insuperato allievo della Scuola dei Duri. Non i guappi della sua Napoli, dove nacque e da cui fuggì presto (salvo poi eleggerla a set delle sue storie più belle). No, i Duri americani, quelli di cui fu traduttore. Gli autori dell’hard boiled: Dashiell Hammett e Raymond Chandler. Piombo e sangue e Il grande sonno. Era Attilio Veraldi, un vero innovatore nella nostra letteratura, che meriterebbe un’attenzione e un ricordo più partecipi, ora che sono passati dieci anni dalla sua scomparsa (5 marzo 1999) avvenuta tra i grattacieli e le roulette di Montecarlo dove aveva scelto di vivere e nel cui mare volle che le sue ceneri fossero disperse.

In una produzione letteraria intimista, liricheggiante, ripiegata sul cerebrale, qual era quella italiana degli anni 70, Veraldi introdusse – costruendo anche sull’eredità di Giorgio Scerbanenco – una prosa tutta azione al servizio di storie criminali affollate di grandi furfanti e piccoli faccendieri, di camorristi e liberi professionisti della zona grigia, di ricchi sfondati e avvocaticchi in canna, famiglie incancrenite e individui ambiziosi, tutti alla ricerca della colpo della vita, della stangata. Gente di piccola moralità, inserita in un racconto che è un sapido ritratto della società italiana e delle sue eterne malattie. Il successo fu immediato già col primo romanzo di Veraldi, esordiente a cinquant’anni suonati con La mazzetta (1976): «il più bel giallo italiano che abbia mai letto», fu la benedizione di Oreste Del Buono dopo che ne lesse il dattiloscritto.

Protagonista è Sasà Iovine, giovane commercialista di secondo piano in una Napoli emendata dalla cartolina: una Napoli in cui nessuno canta o si strugge, ma piuttosto si fanno affari, affari enormi. Come quelli che mastica quella di specie di Alfredo Romeo che ha per nome Michele Miletti, «forse l’uomo più ricco di Napoli» nonostante l’ufficio misero dal «mobilio cadente». Ci racconta di lui Sasà: «Gli sbrigavo una quantità di pratiche e ogni anno gli confezionavo – tutto un lavoro di cucito – la dichiarazione dei redditi, che risultava però sempre un abito che a lui andava troppo stretto; quindi conoscevo più o meno bene il suo guardaroba: import-export, ma non era chiaro di cosa, forniture navali, agenzia marittima, ortofrutticoli, costruzioni e varie altre cose. Tutto in quelle tre stanze sulla via Marina». Miletti ha un problema: la figlia. La ribelle Giulia è scomparsa. Ma c’è un’aggravante: si è portata via una cartella che scotta, perché contiene le carte di un appalto truccato. Iovine è incaricato di trovarla. Lungo il tragitto, prenderà una gran quantità di pugni da individui sconosciuti, avrà la vita sconvolta, si vedrà la strada seminata di assassinii, incrocerà gli appetiti del truce Nicola Casali, il principale avversario di Miletti, inseguendo il miraggio di una “mazzetta” quale commissione per i suoi servigi da Arlecchino fra due padroni: «Diecimila franchi. Svizzeri. Da versare su una banca di Lugano». Non ci sono buoni, più o meno tutti vivono chiusi nell’egoismo, sotto l’ombra di Edipo e del dio denaro.

Da questo romanzo, avvincente e attualissimo, Sergio Corbucci trasse nel ‘78 un film con un cast di rango, comprendente tra gli altri Nino Manfredi (nei panni di Iovine), Ugo Tognazzi e Paolo Stoppa. La sapienza narrativa delle storie, raccontate con un piglio che apparve subito nuovo e che influenzerà i giallisti e autori noir italiani che avrebbero raccolto successo in futuro (tutti o quasi, da Massimo Carlotto a Marcello Fois, hanno eletto Veraldi a indiscusso maestro), fu coronata da ottime vendite. Saliva sulla scena un nome nuovo che però con la letteratura e l’industria editoriale aveva un rapporto già molto consolidato, per quanto svolto dietro le quinte.

Veraldi si era infatti costruito una buona fama di traduttore, con all’attivo oltre cento titoli tra cui opere, oltre che dei già citati Hammett e Chandler, anche di Miller, Kierkegaard e Lagerkvist. A parte l’inglese, conosceva lo svedese e il danese: da giovane aveva lasciato Napoli per Stoccolma. Poi era stato a Londra. Quindi, il ritorno in Italia: a Milano. Era la fine degli anni ’50. Ne ha scritto in bellissime pagine Valerio Riva, allora direttore letterario di Feltrinelli e prefatore di Naso di cane per Avagliano (casa editrice che meritoriamente ha in catalogo i romanzi maggiori): «La Feltrinelli di allora era una specie di créche, un asilo d’infanzia, una scuoletta di bizzarri e di ribelli. Eravamo tutti dei ragazzi, gente che al massimo si avviava a doppiare la boa dei trent’anni. Il capo, Giangiacomo Feltrinelli, era una ragazzo come noi, solo più ricco. Per Veraldi fu una scoperta. Dimenticò le accidie partenopee e le tetraggini nordiche. Milano gli piaceva, decisamente».

Ma lo spirito avventuriero ebbe terreno di coltura nella casa editrice, si alimentò e venne il tempo di nuovi cambiamenti. Scrive Riva: «A un certo punto il tradurre e l’editing non ci bastarono più. Il primo a partire per l’avventura fui io: a fine del 1963 partii per Cuba a fare, per così dire, il ghost writer di Fidel Castro. Stetti via fino a metà del ‘64. Per conto suo, Veraldi un bel giorno salì su un cargo di una compagnia marittima presso cui lavorava un suo amico napoletano e partì alla volta di Trinidad e Tobago, con in tasca la vaga promessa di andare a fare il segretario di un misterioso cinese che in loco oltre il tour operator faceva anche le funzioni, chissà perché, di console italiano». Niente di più romanzesco. Veraldi continuò la sua attività di traduttore, ma a distanza, da luoghi lontani, più o meno esotici. E nel ’66 offrì forse la sua prova migliore: quel Last Exit to Brooklyn, opera scandalo di Hubert Selby jr, che vi utilizzò una lingua sporca e iperrealistica a dipingere storie di drop-out, drogati, travestiti, teppisti; lingua perfettamente resa in un italiano altrettanto violento e musicale, che fa dire a Riva: «Quella non è una traduzione, è il primo (e forse il più straordinario, linguisticamente parlando) romanzo di Attilio. Un capolavoro. Davvero».

Passarono dieci anni e Mario Spagnol, ai tempi direttore editoriale della Rizzoli, battezzò l’esordio di Veraldi da autore con La mazzetta: era ormai un uomo di mezza età, «dato tristemente rivelatore di frustrazioni covate a lungo», come disse l’attempato debuttante. Il personaggio di Iovine ritornò nel romanzo successivo, Uomo di conseguenza (1978), altra storia di ricchezze e dissesti familiari, di corse alla grana e infingimenti senza morale. Ma fu nel 1980 che Veraldi pubblicò la sua opera più audace, controllatissima nella lingua quanto complessa nella costruzione narrativa. La intitolò Il vomerese e fu probabilmente il primo romanzo a indagare il fenomeno che da un decennio insanguinava l’Italia: il terrorismo. Il 1980 fu l’anno di Ustica, della bomba alla Stazione di Bologna, dell’omicidio Tobagi. A Napoli era attiva la colonna delle Brigate rosse, il leader era Giovanni Senzani, nel 1981 ci sarebbe stato il clamoroso sequestro dell’esponente democristiano Ciro Cirillo. Tutto questo materiale incandescente ribolle nel Vomerese in cui Napoli è descritta come un crocevia dell’eversione internazionale. Vi si muove il gruppo di Azione rivoluzionaria, che sta approntando un gesto clamoroso: il sequestro dell’ammiraglio Schneck, responsabile della Base Nato di Bagnoli.

Un rapimento che ricorda quando a Verona nel dicembre dell’81 fu preso in ostaggio il generale americano James Lee Dozier, sottocapo di stato maggiore al quartier generale Nato di Verona con la responsabilità delle forze terrestri alleate del sud Europa. Le Brigate rosse lo tennero prigioniero per 42 giorni a Padova, senza alcun “processo del popolo” – perché nessuno del gruppo conosceva l’inglese – ma infliggendogli uno strano tipo di tortura: ascoltare per 14 ore al giorno la canzone punk Kill the poor dei californiani Dead Kennedys. Nel Vomerese l’azione rimarrà solo un progetto, e nell’implacabile incedere verso il fallimento di quella operazione e verso la morte dei protagonisti, Veraldi ci restituisce uno straordinario quadro psicologico di questi burattini dell’ideologia, ideologia che li costringe a una continua schizofrenia, dovendo cambiare di continuo nomi e identità: il leader del gruppo si chiama Gerardo Guerra, ma è anche il Vomerese, il Babbo, il Vecchio; Laura è pure Sara o Diana; Giuseppe è conosciuto come Lucio. Intorno a loro personaggi di ogni tipo e varie nazionalità, uomini dei servizi segreti e mercenari, e a manovrare la vita di questi soldatini dell’eversione, il capo dell’organizzazione, l’Onorevole Aruta, che dirige ma non si sporca le mani con le armi. Il romanzo inaugurò un filone che utilizzò gli strumenti della spy-story per parlare del terrorismo.

Veraldi ebbe nuove fortune editoriali con i due successivi romanzi: Naso di cane (1982) e L’amica degli amici (1984). Ci furono altri libri, L’ombra dell’avventura (1992) fu l’ultimo tassello di una produzione preziosa. Oggi, a dieci anni dalla morte, sarebbe un peccato se nel paese in cui ogni dì fioriscono libri gialli e libri neri cada il silenzio su quello che fu qualcosa di più del miglior giallista italiano.