OBITUARY. La signora della fiction italiana scompare a 65 anni. Dagli inizi al cinema sino al “Maresciallo” di Gigi Proietti con ascolti superiori a Sanremo. Col costante pallino dell’innovazione, lanciò Ferilli e Placido. La sua classe intellettual-borghese? «Noiosa, meglio la gente in metro»

Non ci piove: quasi tutta la nostra fiction, troppo spesso bonaria e lessa, scompare nel confronto con i telefilm americani, ben più sperimentali, innovativi, appassionanti, sul fronte dello stile e della scrittura. Ris, per dirne una, non è che una pallida imitazione di Csi, e per cortesia non si parli solo di budget. Tuttavia la morte di Laura Toscano, genovese, 65 anni, giornalista, romanziera, sceneggiatrice per il cinema e soprattutto per la tv, lascia un vuoto forse incolmabile. Nel momento di massimo successo, quando Il maresciallo Rocca totalizzava 16 milioni di spettatori, più del festival di Sanremo, l’avevano ribattezzata “la signora incontrastata della fiction”.

La definizione non le piaceva. Provenendo dal cinema, che fosse il brillante Aragosta a colazione o il più rabbioso Pizza Connection, continuava a spiegare: «Scrivo film per la televisione». Ultimamente lavorava meno, per via della malattia, ma anche del clima che sentiva attorno a sé. «Mi sembra che tutto vada alla rovescia, bisognerebbe avere coraggio di cambiare, solo osando, dando una spallata, a costo di rinunciare ad alti ascolti, saremo in grado di realizzare prodotti innovativi», s’era lamentata in un’intervista. Probabilmente l’amarezza professionale si saldava a una riflessione, anche estetica, sullo stato della nostra fiction, ma nel frattempo lei aveva contribuito a lanciare interpreti come Sabrina Ferilli, Franco Castellano, Veronica Pivetti, Violante Placido.


Chi era Laura Toscano? Basterebbe citare la sua creatura più riuscita, appunto il maresciallo Rocca, cucito sul fisico, la barba e la voce di Gigi Proietti con l’aiuto del regista Giorgio Capitani. Un trionfo senza precedenti, a suo modo un prototipo, poi copiato negli anni, sia pure nel solco dei gloriosi Racconti del maresciallo con Arnoldo Foà. Anticipando le fortune di Montalbano, la saga del carabiniere dal volto umano, bravo padre e amante un po’ maldestro di Stefania Sandrelli, destinata a morire in un attentato, sintetizzava un tipico carattere italiano. Ma, sempre insieme al marito Franco Marotta col quale faceva ditta, aveva scritto La bugiarda, Dalla notte all’alba, Delitti privati, Morte di una strega, soprattutto Commesse, più infiniti altri, da Tre storie di donne a L’avvocato Porta e La caccia, mentre aspetta d’essere trasmesso Le segretarie del settimo piano.

In effetti, praticava un cinema televisivo dove il racconto era tutto: un mix di intreccio, parola e studio dei personaggi. Dai film leggeri, anche farseschi, degli anni Ottanta ereditava il gusto per la battuta comica; ma aveva saputo adeguare il modo di scrivere alle richieste di una televisione esigente, in bilico tra ambizioni educative e impronta popolare.

C’è una sua bella intervista, concessa a Paola Casella per Reset, nella quale questa signora apparentemente snob, perfetta nei suoi golfini di cachemire o camicioni bianchi, sempre fresca di parrucchiera, con le perle al collo, analizzava con rara lucidità il mestiere praticato, tra ombre e luci. State a sentire. Il maresciallo Rocca: «Se invece di lavorare a Viterbo, dove lo abbiamo collocato, avesse vissuto in una metropoli, le sue storie sarebbero state molto diverse. È stata una scelta molto precisa raccontare la provincia italiana attraverso un personaggio di un certo tipo, e di collocarlo all’interno di una piccola stazione dei carabinieri. Non è un caso che Rocca rimandi all’infinito l’esame che gli consentirebbe il trasferimento presso una sede più prestigiosa».

Il tempismo: «Quando si fanno grandi numeri significa che si è arrivati al momento giusto. Il maresciallo Rocca corrispondeva a un bisogno di stabilità e di rassicurazione. Commesse ha risposto al bisogno di parlare di certi problemi femminili attraverso uno scorcio di vita più preciso e normale. Ma il successo non è mai automatico». La borghesia: «Non amo molto la classe sociale alla quale appartengo, che è quella intellettual-borghese. La trovo assai poco interessante. Abbiamo, per educazione o cultura, molti schemi, sappiamo coprire le nostre emozioni. La gente che incontro in metropolitana o al mercato è più immediata, più vera». I generi: «Ci vuole molta tigna e tanto mestiere per riuscire a costruire una storia in maniera convincente. Mai aver paura di sporcarsi le mani entrando nei generi. L’importante è inserire spunti di riflessione, altrimenti non avrebbe senso fare questo lavoro, senza lanciare messaggi. Non siamo predicatori, l’ottica pedagogica sarebbe la morte della fiction».

Laura Toscano era abile anche nella scrittura romanzesca di ispirazione gialla: nel 2007 aveva pubblicato per Mondadori La madre indegna, dove l’indagine poliziesca sulla morte di un albergatore dall’esistenza ambigua, misteriosa, si mutava in una sorta di affresco femminile costruito sulle confessioni spiazzanti dell’ex amante Lucia al commissario Ravasco. Qualcosa dell’autrice si rifletteva in tutti e tre i personaggi, ma specialmente nella domanda chiave: «È davvero così importante giungere alla verità?».