«Forse il sogno più dolce della mia vita fu quando Robert Louis Stevenson venne a chiedermi se potevo prestargli un po’ dei miei Urania». La casa editrice Einaudi propone in questi giorni, per la collana Arcipelago, il libro di Michele Mari intitolato Tu, sanguinosa infanzia (pp. 134, euro 13) precedentemente pubblicato da Mondadori nel 1997. Al contrario dell’itinerario standard dei libri che escono in libreria (vendere, sparire dallo scaffale, entrare nell’oblio, svanire dai cataloghi), in questi dodici anni, la raccolta di racconti di Mari ha percorso una strada inversa. È stata prima letta da pochi, poi studiata e amata da molti; ha fatto in tempo ad entrare nelle storie letterarie, e oggi viene riproposta, mostrando di avere la forza di quei pochissimi titoli in lotta per diventare dei classici.

Questi racconti, tutti taglienti e crudeli, battono sullo stesso tasto: l’infanzia è un luogo delicatissimo, tutto ciò che vi avviene è cruciale. Ogni avvenimento la scuote, lascia tracce indelebili e ferite. Tu, sanguinosa infanzia sarebbe una Spoon River di oggetti fantasma, se vi fosse solo nostalgia invece di lacerazione, tormento e ossessione. Per Mari, l’infanzia, un universo fatto di fumetti e giornalini («sovrumani concentrati della mia malinconia»), di eroi amati, di fortini, biglie, orsi di stoffa, coltellini, ginocchia sbucciate e figurine, va assolutamente tenuta in vita: il narratore si definisce come un «feticista e conservatore morboso di tutte le cose mie».

Bisogna dire subito che dietro la maggior parte di queste storie pulsa l’amore martellante e salvifico verso la letteratura. Il rovello implicito di questi racconti riguarda l’universo della scrittura e della lettura. All’interno di alcuni racconti affiora la necessità di stabilire un canone letterario (come in Le copertine di Urania), di interrogarsi sulla possibilità della traduzione letteraria (in Freccia nera), discutere del piacere della lettura (come avviene in Certi verdini), oppure occuparsi di critica letteraria, stabilendo una classifica degli autori (in Otto scrittori).

La letteratura, gli scrittori e le suggestioni generate dalle narrazioni rappresentano l’unico legame possibile con l’infanzia, l’unica via per lenire il dolore del tradimento che la crescita porta inevitabilmente con sé. Otto scrittori, racconto in cui si celebrano e si giudicano London, Verne, Stevenson, Defoe, Poe, Salgari, Conrad e Melville è un gioiello di scrittura che vale da solo tutta la raccolta. In una sorta di battaglia tra colossi, il narratore deve scegliere l’autore più importante tra questi narratori di avventure marine. Non è un caso che molti dei nomi che contiene questa raccolta siano cari anche a Manganelli. Stevenson, odiato dall’avanguardia, ignorato da Montale e Tommasi di Lampedusa, fu apprezzato da Vittorini, Pavese e Parise e incensato proprio da Manganelli. L’ossessione per la letteratura, per le parole fuori circolazione e per il lessico ricercato è ciò che lega le diverse prove di Mari, da Euridice aveva un cane, all’ultimo Verderame, da Tutto il ferro della torre Eiffel (che ha tra i protagonisti Walter Benjamin) al suo capolavoro Rondini sul filo.

In questo testo scrosciante, una acuta gelosia retroattiva trascina lo stile e la voce narrante in gorghi linguistici incantevoli e infernali. La protagonista femminile (ammesso che si diano personaggi in questo romanzo oltre alla voce che racconta) viene inondata di domande sul suo passato: «il patto è che sia sempre sincera, mi ci sono incastrato da me in quest’accordo, tuttavia, di nascosto…speriamo che menta, sono ridotto così…che sia convincente però…io non lo verrei mai a sapere…rimarrei tranquillo, sul punto in questione…ma bene, che menta, senza lasciarmi dei dubbî». Rondini sul filo, in cui si trovano termini come appanicata, disgradendo, cirripede, escerpargli, figmentate, protrude, ripertico, resta il libro in cui più facilmente si vedono le stelle che segnano i punti di riferimento della sua letteratura. L’ampiezza di registro linguistico alla Carlo Emilio Gadda, il rifiuto di condurre una narrazione lineare e di mettere in piedi una trama classica come in Giorgio Manganelli, la capacità respiratoria di scrivere prosa senza interruzioni come in Louis-Ferdinand Céline. Recentemente, Mari ha pubblicato una raccolta di poesie, Cento poesie d’amore a Ladyhawke (Einaudi 2007) e non mancano i suoi interessanti e personalissimi contributi alla critica letteraria come I demoni e la pasta sfoglia (Quiritta 2004).

Tu, sanguinosa infanzia è certamente un libro adatto per chi vuole avvicinarsi ad uno degli scrittori più significativi dell’attuale panorama letterario italiano. Anche i suoi libri meno riusciti sono preziosi, perché come fa dire a Conrad, in Otto scrittori: «la precisione è la morte dell’arte».