RICAMBIO. C’è una leva di scrittori che sta prendendo il posto della triade Oz-Grossman-Yehoshua. Come? Raccontando il disincanto e la nevrosi dei “giovani veterani” senza riscatto letterario.

Per decenni in Israele il pubblico colto e progressista si era affidato alla guida morale degli scrittori della vecchia guardia. Come la “triade sacra” Avraham B. Yehoushua-Amos Oz-David Grossman. (…) Ma verso la seconda metà degli anni Novanta qualcosa comincia a cambiare. Una nuova generazione di israeliani decide di ribellarsi a questo monopolio letterario e, soprattutto, alla guida spirituale della vecchia generazione.
Non che i grandi scrittori non siano apprezzati dal pubblico più giovane: David Grossman, in particolare, è molto amato per i suoi libri rivolti ai bambini e agli adolescenti. Solo che Israele è un paese in continua evoluzione, con un’età media sotto i 30 anni, mentre i suoi autori di riferimento sono sempre più anziani: «Sembra che scrivano per una convention geriatrica a Petah Tikvah», dice l’israelo-scozzese Simon Louvish.

Il concetto stesso di letteratura come guida morale diventa obsoleto. La guerra e la pace, i valori della famiglia e l’identità ebraica, il sogno sionista di una società più equa, la lotta per la sopravvivenza da un lato e l’umanità del nemico dall’altra: sono tutti temi alieni a una generazione che forse più di ogni altra si è impegnata per la pace. Forse sarà proprio la delusione per la brutta fine del processo di pace, oppure la convivenza quotidiana con le bombe in casa (gli attentati frequenti, è il caso di ricordare, sono una novità relativa nella vita degli israeliani, cominciata appunto negli anni Novanta). Fatto sta che, per la prima volta, si smette di scrivere e di leggere del conflitto, e si comincia a scrivere e a leggere nel conflitto: la guerra non è più un paradosso esistenziale su cui riflettere, è un fatto che stravolge ogni aspetto della vita quotidiana e che rende tutto surreale.
Tra i nuovi autori che hanno successo in Israele nella seconda metà degli anni Novanta c’è per esempio Gabi Nitzan: il suo romanzo breve Badolina è subito un bestseller. Il messaggio è molto chiaro: vivere per il momento. Il protagonista è un improbabile giovane re di un piccolo fittizio paese europeo (Badolina, appunto), uno strano personaggio a metà strada tra il viveur, il santone e l’hippy che applica un metodo quasi scientifico alla ricerca del piacere. Se ne uscisse un film, Johnny Depp sarebbe perfetto per la parte.
Ma l’autore che meglio rappresenta questa rivoluzione generazionale è senza dubbio Etgar Keret, molto più profondo di Nitzan e che, a differenza dell’autore di Badolina, non cede alla tentazione di fuggire dalla realtà. Racconta che il suo approccio alla realtà israeliana è lo stesso di un personaggio di Kurt Vonnegut: in un ospedale di Dresda, pieno di feriti di guerra, dice che è tutto così triste; quando un generale lo rimprovera, «questa è la guerra, non ci sono alternative», lui ribatte: «Non ho detto che ci sono alternative, ho detto che è tutto molto triste».

Il fenomeno Keret esplode nel 1994 con Ga’aguai le-Kissinger (letteralmente «la mia nostalgia di Kissinger»). È una raccolta di storie brevi, senza trama, che ritraggono, come in un’istantanea, una realtà violenta e completamente priva di senso compiuto. Un po’ come nei fumetti di Charles Schulz, è anche un mondo mono-generazionale, abitato da giovani scapoli, soldati di leva, figli di famiglia e studenti sfaccendati, dove gli “adulti” sono quasi del tutto assenti. Un angelo spaccone che beve birra e non riesce a volare, un bimbo che libera il suo porcellino salvadanaio nel cuore della notte, un giovane innamorato vittima di un autista dell’autobus che pensa di essere Dio: queste sono le situazioni surreali fotografate dalle brevissime storie di Keret. I giovani l’adorano, finalmente qualcosa di vicino a loro dopo decenni di dilemmi esistenziali, un piede saldo nella realtà surreale della vita di tutti i giorni in Israele. Ga’aguai le-Kissinger vende subito 20 mila copie. Il suo libro d’esordio, Zinorot (Tubi, 1993), un’altra raccolta di racconti brevi, non ne aveva vendute neppure 8 mila. Il Jerusalem Post, quotidiano in lingua inglese che non a caso ha una redazione molto giovane, ha il verdetto pronto: «Con il suo stile intensamente personale, Keret è il portavoce di una generazione», più interessata ad esaminare le nevrosi urbane che a cercare risposte ai dilemmi nazionali. Sempre secondo il Jerusalem Post, “alcuni autori più anziani lo accusano di evitare domande importanti”, ma lui si difende così: «Le persone mi interessano più delle domande».

Un gatto di nome Rabin. Nel 1997 Etgar Keret pubblica il racconto Rabin è morto, cheprovoca un’ondata di critiche nel paese. Non racconta la storia del primo ministro assassinato, bensì di un gatto randagio trovato da due ragazzini annoiati, finito travolto da un sidecar: «Volevamo chiamarlo Shalom, ma Shalom è un nome da yemeniti, e quindi l’abbiamo chiamato Rabin». La storia in realtà è molto tenera e commuovente, anche se raccontata con un linguaggio distaccato. Eppure è subito scandalo: come si permette il giovane Keret di chiamare un gatto Rabin, mentre scrittori molto più rinomati di lui, come Amos Oz e David Grossman, si prodigano in elegie molto più ortodosse? Sembra un insulto alla Memoria, uno dei valori più intoccabili di Israele.
«La gente si è arrabbiata molto», racconta lo scrittore in un’intervista al mensile The Believer. «Se uno chiama Rabin un ospedale geriatrico dove la gente se la fa addosso tutto il tempo va bene, ma chiamare Rabin un gatto è problematico. In Israele la gente è molto, molto sensibile ai tabù». E ancora: «Parlare della Memoria, di Rabin, dell’Olocausto o delle vittime di guerra, è una sorta di monopolio nazionale. Eppure i miei genitori sono sopravvissuti dell’Olocausto, ho votato per Rabin, ho creduto in lui, e il mio migliore amico è morto durante il servizio militare. Quindi la memoria è anche mia, ma se tento di appropriarmene a modo mio la gente si arrabbia». Tabù o meno, nel 1999 Rabin è morto è stato selezionato nell’antologia letteraria del governo israeliano e postato sul sito del Ministero degli Affari esteri. Infatti Rabin è morto non è per nulla un racconto offensivo alla memoria del defunto premier. Al contrario, esprime un lutto profondo, che Keret affronta, appunto, «a modo suo», con tutto il fatalismo della sua generazione: «Nella vita è solo questione di fortuna. Anche il vero Rabin, se invece di scendere dal palco subito dopo avere cantato la canzone della pace avesse aspettato ancora un po’, avrebbero sparato a Peres e lui sarebbe ancora vivo».

Keret racconta la stessa realtà (la violenza onnipresente) e la racconta da un punto di vista molto simile. Solo che la racconta diversamente, «a modo suo», forse con occhi un po’ più disincantati. David Grossman ha dedicato un breve saggio proprio all’Arte di scrivere nelle tenebre della guerra. Grossman parla di «vuoto», di «caos», di «distacco» e di «sospensione del giudizio morale». Di un paese «tormentato», «intossicato» dalla violenza e in preda alle «ansie parossistiche». Le piccole storie nevrotiche di Keret trasudano queste stesse percezioni da tutti i pori: alienazione, intossicazione dalla violenza, claustrofobia. L’unica grande differenza forse sta proprio nel fatalismo. Grossman scrive contro la guerra, per lui la letteratura è una forma di riscatto, una rivincita contro la realtà. Grossman scrive per creare un mondo meno angusto, Keret per scandagliare i nonsensi di un mondo reso angusto dalla guerra, è il portavoce di una generazione che sgrana gli occhi paralizzata davanti alla follia, che non conosce un’altra realtà al di fuori della follia.

Tratto da “Karma Kosher. I giovani israeliani tra guerra, pace, politica e rock’n’ roll”, Marsilio editore, in edicola.