A parità di concentrazione e precisione chirurgica ci sarà pure un motivo per cui un filologo è diverso da un torero. Forse perché del toro non si conserva memoria, mentre di uno scrittore sì, deduzione che però va a scapito dei meriti del filologo. Ma è altrettanto probabile che lo studioso non voglia altro destino nell’immaginario collettivo che non sia quello di silenziosa curatela. Nessun fazzoletto sbandierato con foga, vietato sedersi sugli spalti. Eppure Dante Isella, il più eminente studioso di Carlo Emilio Gadda e allievo del maestro Gianfranco Contini, ha trovato l’occasione di provare a forzare la mano.

L’ultimo suo lascito programmato è il diario di Un anno degno di essere vissuto (Adelphi, pp. 158, euro 12), quasi un titolo da potente scrittore americano, ed è il racconto frammentato, tra episodi e capitoli scritti in varie occasioni, di una stagione fondamentale per il futuro filologo di Dossi e del «gran lombardo»: l’incontro con il trentunenne Contini a Friburgo, dove dal 1938 era ordinario di filologia romanza. Tanto più che da quello spazio casuale di incontro in mezzo alla guerra nella neutrale Svizzera, venne fuori anche un altro grande filologo, D’arco Silvio Avalle mentre – pur assodato nelle biografie il lungo insegnamento svizzero dell’autore dei Poeti del Ducento – nel libro conversazione con Ludovica Ripa di Meana (Diligenza e Voluttà), Contini faceva solo degli accenni agli anni della sua prima cattedra.

Isella nel 1943 era uno studente universitario di lettere in forza all’esercito. Dopo l’otto settembre passò il confine svizzero e finì a far parte di una comunità improvvisata di esuli, nella particolare condizione di soldato lavoratore e rifugiato. Vita grama ma almeno fuori dal fronte. Poi l’arrivo nella sede universitaria e le lezioni. Prima la semplice curiosità poi l’impegno, curando le dispense del corso sui dialetti dell’ antico francese. Ne guadagnò nell’immediato il consiglio di laurearsi a Firenze, con Momigliano e Migliorini sull’eccentrico Dossi, di cui Isella curò lo Zibaldone delle Note Azzurre. Ma soprattutto il segno di un destino futuro: «La nostra gioventù aveva finalmente trovato, per un tratto di dadi del montaliano Dio del Caso, un maestro, giovanissimo, assolutamente diverso da tutti i maestri già conosciuti. Non soltanto una differenza quantitativa di sapere; ma un vertiginoso salto di qualità».

Eppure nel tono di questo indimenticabile resoconto «etico» rimane qualcosa di trattenuto. C’è un tono civile che corre subito alla vocazione e alla dedizione per la nuova disciplina. Se la lettura costa fatica, lo studio richiede severità. E i corsi dialettali in francese antico sono rigidi. «I testi si dovevano analizzare in ogni parola. Fu una grande fortuna di aver potuto seguire quei corsi, Contini introduceva moralità nel lavoro e rigore, allo scopo di rigenerare la società approssimativa».

Non sfugge nulla a Isella nella rievocazione dei suoi vent’anni, i taccuini sono ordinati fino al midollo. Memorie lontane? No, è Isella che anche qui vuole farsi filologo, e quindi da parte. Infatti la vertigine del tempo che fu viene dalle lettere degli altri compagni di banco. Così come Isella diede una fisionomia diversa a un disertore «eccentrico e marginale» del canone italiano come Carlo Dossi, qui sono i “disertori” dei destini di Friburgo a raccontare il significato di quei mesi. «Raccontami del Terribile Contini, il suo rigore feroce e bellissimo» scriverà anni dopo l’amico Remo Federici, il vero autore «dell’anno degno di essere vissuto». È lui, «l’uomo enormemente al disopra dei limiti che si volle dare per la sua esistenza» che racconta l’angoscia – di chi ha studiato in gioventù e si ritrova uomo – «dell’acconsentire a una propria fisionomia definitiva, che una volta impostata ci accompagnerà per tutta la vità» e il privilegio di Friburgo, quando di fronte al grande magistero sembra «di avere tutte le possibilità ancora a disposizione».