Sono nato nel 1960. Come tanti della mia generazione, ho cominciato a leggere Carlo Coccioli quando i suoi libri erano ormai pressoché tutti fuori commercio. Il primo – ne aveva parlato Pier Vittorio Tondelli in alcune pagine di Un week-end postmoderno, uscito nel 1990, e mi ero incuriosito – fu Piccolo Karma, pubblicato nel 1987 e già espulso dal mercato editoriale. Ne trovai una copia in una libreria a metà prezzo, nella mia città, Padova. Il secondo fu Uomini in fuga, nell’edizione Jaca Book del 1989, trovato a Roma alla libreria Remainder’s di Via Nazionale (che adesso non c’è più, o non è più lì, non so). Il terzo fu Il cielo e la terra: trovai la prima edizione Vallecchi del 1950, ma senza sovraccoperta, in una bottega di carabattole ad Ancona.

E potrei continuare: Le corde dell’arpa, pubblicato da Longanesi nel 1967 con una curiosa sovraccoperta quasi da romanzo pruriginoso (una specialità di Longanesi, all’epoca), comperato a Firenze alla grande svendita della Libreria Marzocco; La casa di Tacubaya, stampato ma non pubblicato da Editoriale Nuova nel 1982 (la leggenda dice che, essendo fallita la casa editrice, l’intera tiratura andò al macero, e si salvarono solo le copie spedite dall’ufficio stampa ai giornalisti) trovato a casa di un lontano parente (non giornalista, però: e qui la leggenda va in crisi) e prontamente sottratto; L’immagine e le stagioni intravisto più volte in librerie antiquarie ma mai acquistato perché, per un motivo o per l’altro, il prezzo era sempre superiore alle mie possibilità; eccetera; fino ai più prosaici acquisti degli ultimi anni, via internet, presso librai italiani e francesi e spagnoli: perché non tutti i libri di Coccioli hanno avuta un’edizione italiana: ad esempio Journal (… – 1956), pubblicato da La Table Ronde nel 1957, che ebbe oltre a quella francese solo un’edizione messicana, o Un suicide, pubblicato da Flammarion nel 1959, che fu pubblicato in Spagna e Germania. Si dice che, chi vuol farsi desiderare, deve negarsi. Sottrarsi. Nascondersi. Farsi cercare.

Devo dire che la ricerca delle opere di Carlo Coccioli – un’avventura che dura da diciotto anni, e non è ancora conclusa – è stata una vera e propria esperienza erotica. Ci sono scrittori che si ammirano, scrittori che si adorano, scrittori che si stimano, scrittori che si apprezzano, scrittori che si storicizzano: ci sono scrittori che si amano di un amore matrimoniale, ossia di un amore pacificato e sicuro; e ci sono scrittori che si amano con un amore da innamorati. Carlo Coccioli, per me, è uno di questi. Io lo amo con un amore da innamorato, e perciò lo amo ciecamente. Lui mi tradisce, mi si nasconde, mi si nega: e io lo amo lo stesso. Quando, nel 2006, conobbi Marco Coccioli nipote di Carlo – grazie a lui questa nuova pubblicazione di Davide è stata possibile –, e mi ritrovai improvvisamente davanti a una libreria nella quale c’erano tutti i libri di Carlo Coccioli, in tutte le loro edizioni in tutte le lingue, ebbi – Marco non me ne voglia – anche un vago senso di delusione. Ciò che avevo inseguito per anni e anni, e che ancora non possedevo completamente, era tutto lì, disponibile. Bastava allungare la mano. Non avrei potuto possedere, ma leggere sì. Marco non mi avrebbe negato un prestito. All’improvviso era tutto troppo facile. Mi consolò scoprire che in realtà quei libri non erano proprio tutti: ne mancava uno. Le case del lago, pubblicato da Rusconi nel 1980. Io ce l’avevo. Lo regalai a Marco dicendo – mentivo – che ne avevo due copie. L’innamoramento e il collezionismo hanno questo in comune: sono due forme di perversione. Credo. Ma dovrò dire qualcosa, di questo innamoramento. Perché sono innamorato di Carlo Coccioli? So di non essere solo. In questi diciott’anni ho incontrato un numero imprevedibile di curiosi di Coccioli, di interessati a Coccioli, e anche di innamorati duri di Coccioli. La mia collezione di libri coccioliani ha viaggiato molto. Più o meno tutti sono stati prestati più volte. Soprattutto Fabrizio Lupo: il romanzo che uscì in Francia nel 1952 – nella Francia dove Coccioli si era trasferito, inseguendo un amore e il desiderio di una patria meno bigotta e ottusa dell’Italia – e suscitò un tale scandalo da provocare una nuova fuga: quella, definitiva, in Messico. Coccioli vi approdò nel 1953, e lì rimase per sempre. In quell’anno Fabrizio Lupo fu pubblicato in lingua spagnola (ma in Argentina, per qualche tempo, ne fu impedito il commercio); nel 1958 fu stampato in Gran Bretagna – con un titolo diverso, quasi per mascherarlo – ma fu effettivamente distribuito solo nel 1960. Negli Usa, arrivò nel 1966. In Italia solo nel 1978. Ma che cos’ha di così terribile, di così scandaloso, questo romanzo? È semplicemente una storia di amore omosessuale: di amore, non di sessualità omosessuale; di un amore omosessuale che non rinuncia alla trascendenza, anzi si spalanca ad essa. Io non sono omosessuale. Ma so che alcune pagine – indirettamente, ma indubbiamente autobiografiche – di Pier Vittorio Tondelli (Camere separate, pp. 89-91 dell’edizione tascabile Bompiani) hanno dato forma al mio amore sessuale: perché lo hanno aperto alla trascendenza. E l’apertura alla trascendenza che c’è in tutte le opere di Carlo Coccioli – che sono tutte, indirettamente ma indubbiamente, opere autobiografiche – ha dato forma alla mia apertura alla trascendenza. Nel 1995 Rusconi pubblicò Tutta la verità, un grosso libro-intervista a Carlo Coccioli. Per l’occasione Coccioli – che aveva eletto il Messico a nuova patria, ma al quale non dispiaceva tornare in Italia, a volte anche per qualche mese – fece addirittura un’apparizione al Maurizio Costanzo Show. Io non lo vidi. Me lo raccontò un amico. Maurizio Costanzo si era avvicinato a Coccioli, del quale probabilmente ignorava tutto, e gli aveva domandato brutalmente: «E allora, di che cosa parlano i suoi libri?». E Coccioli: «Di Dio! Di cosa altro vuole che parlino? C’è forse qualcos’altro di cui parlare?». Indubbiamente Carlo Coccioli era uno sciocco. Non aveva senso del ridicolo. Ma, difronte a lui, quelli che si credono saggi diventano sciocchi. Perché non sono innamorati. Il mio innamoramento per Carlo Coccioli è, dunque, l’innamoramento per un uomo innamorato di Dio, e innamorato di un amore appassionato, sensuale e inebriante. E mi rendo ben conto, rileggendo il romanzo Davide (pubblicato da Rusconi in Italia nel 1976 – contemporaneamente all’edizione francese –, finalista al Premio Campiello, tradotto in spagnolo nel 1978 e in polacco nel 1980; ristampato – miracolo! – negli Oscar Mondadori nel 1989, e tuttavia da tempo espulso dal mercato) che questa narrazione mi affascina proprio perché vi si sovrappongono l’autobiografia vera di Carlo Coccioli – il racconto del suo amore appassionato, sessuale e inebriante per Dio – e l’autobiografia fittizia del re Davide – anch’egli innamorato di Dio d’amore appassionato, sessuale e inebriante –: e ciò nonostante la fedeltà al testo biblico è altissima. Curiosamente, proprio dove i toni più accesi, dove ti pare di sentire accenti più coccioliani e meno biblici, se vai a controllare trovi che ciò che Coccioli racconta è semplicemente ciò che già fu, tantissimo tempo fa, raccontato. Una delle mie fantasie preferite è questa: che uno dei compiti che uno scrittore può assegnare a sé stesso – qualunque scrittore, anche se scrive libri di entomologia urbana o di bioarchitettura o di sociologia dei processi culturali o di fisica dei materiali metallici, eccetera – sia quello di aggiungere libri alla Bibbia. La narrazione è prima di tutto ripetizione, ripresa, continuazione. Come si dice, presso certi popoli, quando il narratore comincia a narrare: «Vi racconterò una storia, così come l’ho sentita raccontare, e come anche voi la racconterete a vostra volta». Molte grandi opere letterarie, dall’Odissea di Omero – o di chi per lui – all’Orlando furioso di Ariosto, dal Don Chisciotte di Cervantes all’Ulisse di Joyce, da Giuseppe e i suoi fratelli di Mann a Memorie di Adriano di Yourcenar, da Il quinto Evangelio di Pomilio a La Gloria di Berto, dai vari Faust al Processo a Gesù di Fabbri, non sono altro che ripetizioni, riprese, continuazioni. Forse perché, in fondo, le storie da raccontare sono poche, sono quelle. Forse perché i grandi narratori sono proprio quelli che hanno l’umiltà e l’orgoglio di raccontare una storia perché l’hanno sentita raccontare da un altro, e perché chi li ascolta la racconti, a sua volta, ad altri.